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Quotidiano di Sicilia

Ars, tagliare il cordone con il Senato (Lr 44/65)
di Carlo Alberto Tregua

Polemica Scimé-Don Scordato



Il segretario generale dell’Ars, Fabrizio Scimé, ha inviato una lettera a Don Cosimo Scordato, dicendogli che si impicciasse degli affari propri e non degli stipendi dei dipendenti e dei deputati dell’Assemblea.
Qualche tempo fa in un talk show televisivo, il presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché, ha detto che lui si è trovato questa gatta da pelare: la questione dei tetti agli stipendi, che sono crollati col 31/12/2017 e non vogliono essere ripristinati, perché i privilegiati, nonostante la diffusa povertà in Sicilia, non hanno nessuna intenzione di perdere neanche un euro dei loro super emolumenti.
Proprio di fronte alla povertà dilagante della nostra Isola, per precisa responsabilità del ceto politico e di quello burocratico che mangia a sette ganasce le risorse pubbliche, è apprezzabile l’iniziativa di Don Scordato, perché non è vero che lo scialacquamento è una cosa loro, cioè un fatto interno all’Ars, ma una cosa di tutti, perché quei soldi sono pagati dai contribuenti siciliani.
 
Anziché vergognarsi per la famelicità di dipendenti, dirigenti e deputati superpagati, Scimé ha rivolto un rimprovero al sacerdote, reo di aver portato all’opinione pubblica un fatto scandaloso.
Ma cosa c’è all’origine del privilegio dell’Assemblea regionale siciliana? Una semplice legge, autovotata, la numero 44 del 1965. Con essa l’Ars ha stabilito che le remunerazioni di deputati e personale dovessero essere le stesse del Senato. Un’anomalia grossolana che dura da 53 anni e che mai nessuno ha posto all’ordine del giorno per eliminarla.
Micciché, in quel dibattito televisivo, anziché scusarsi, avrebbe dovuto dire con voce forte e chiara che l’Assemblea si pronunziasse con una legge di tre parole: “La legge 44/65 è abrogata”, tagliando il cordone ombelicale col Senato.
Non ci risulta che Giancarlo Cancelleri, leader del Movimento 5 Stelle in Sicilia, abbia presentato un ddl in questo senso all’Assemblea regionale, il che contrasta con la linea di rigore che il Movimento sta tentando di seguire in questa campagna elettorale per avere il consenso degli elettori. La questione è semplice ed è inutile girarci attorno: abrogare la Lr 44/65.
 
La Sicilia è stata ridotta in cenere da Rosario Crocetta, continuando la discesa cominciata da Cuffaro e proseguita da Lombardo. Ma lui è stato il distruttore più concreto facendo ridurre il Pil annuale dell’Isola, in cinque anni, di 3,3 miliardi, e facendo aumentare la disoccupazione di decine di migliaia di unità e i poveri di centinaia di migliaia di persone.
Grave responsabilità del permanere di Crocetta alla guida della Regione è da imputarsi al segretario del suo partito, Matteo Renzi, che non lo ha cacciato almeno due anni fa. Ed ora ne paga le conseguenze, avendo perso la guida della Regione e realizzando, probabilmente, la più bassa percentuale di consensi al suo partito nella prossima elezione del 4 marzo.
La lotta ai privilegi, alle caste, alle corporazioni, sembra impari anche perché solo da poco tempo i tre quotidiani regionali ed il quotidiano nazione con redazione in Sicilia si sono svegliati e hanno ripreso i temi che noi trattiamo da tantissimi anni.
Forse loro hanno capito come non potevano più stare zitti non disturbando il manovratore, perché l’opinione pubblica siciliana è esasperata, in quanto la crisi erode il suo stato economico e sociale ogni giorno di più.
 
La cultura del favore è una maledizione siciliana, che deriva dal bisogno in cui la popolazione è stata tenuta in questi 50 anni .
La crescita del Pil del 2017 forse dell’1,5%, comunque ben distante da quella della media europea del 2,2%, non riguarda l’intero Paese. Il governo Gentiloni non ha diffuso i dati Istat di crescita di Pil per regione.
Al riguardo, si possono fare delle supposizioni e cioè che la Lombardia sia cresciuta del 2,5% e la Sicilia dello 0,5%. Forse questa, in attesa dei dati ufficiali, è una previsione ottimistica per l’Isola.
Ci sarebbe da piangere, ma è meglio ridere di quei tromboni economisti che scrivono che il Sud cresce più del Nord, raffrontando le percentuali e dimenticando in malafede le cifre in valore assoluto. Altro modo per intossicare l’opinione pubblica con informazioni fuorvianti.

Articolo pubblicato il 14 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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