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Scioglimenti per mafia: un Comune su quattro è siciliano
di Serena Giovanna Grasso

Secondo i dati della relazione conclusiva della Commissione antimafia, sui 292 provvedimenti di scioglimento emessi dal 1991 nei confronti di amministrazioni locali, ben 70 hanno interessato la nostra regione. Sono 57 gli enti interessati: quasi la metà nel palermitano, in particolare Misilmeri è stato sciolto tre volte

Tags: Mafia



PALERMO – Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni della criminalità organizzata è stato uno dei principali filoni di inchiesta al centro dell’attività della Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi. Secondo i dati contenuti all’interno della relazione conclusiva della Commissione presentata lo scorso 21 febbraio al Parlamento, dal 1991 ad oggi sono stati registrati ben 298 scioglimenti (292 nei confronti di amministrazioni comunali e 6 di aziende sanitarie e ospedaliere) nei confronti di 230 enti (sono 55 i casi di amministrazioni comunali andate incontro allo scioglimento per due o tre volte).
 
Quasi uno scioglimento su quattro ha interessato la Sicilia (23,48%), per un totale di 70 provvedimenti emessi (di questi, quattro sono stati annullati). Complessivamente sono stati 57 i Comuni interessati: di questi, Misilmeri (Pa) è stato sciolto tre volte (nel 1992, 2003 e 2012), Scicli (Rg) è stato sciolto nel 2015, dopo essere stato interessato da un provvedimento di scioglimento cui è seguito un annullamento nel 1992; mentre sono stati sciolti due volte i Comuni di Niscemi e Riesi nel nisseno, Mascali e San Giovanni La Punta nel catanese, Cerda, Caccamo, Bagheria, Altavilla Milicia e Villabate nel palermitano ed infine Campobello di Mazara in provincia di Trapani.
 
A livello nazionale, il provvedimento di scioglimento ha interessato quarantuno Comuni per due volte e quattordici per tre volte. Oltre che in Sicilia, la stragrande maggioranza degli scioglimenti è avvenuta in Campania e Calabria (rispettivamente 35% e 34%). Ancora limitati sono i casi di scioglimento nelle regioni del Centro-Nord (tre in Piemonte, tre in Liguria, due nel Lazio, uno in Lombardia ed uno in Emilia Romagna), sebbene sia ormai consolidata la consapevolezza del radicamento delle organizzazioni criminali anche al di fuori dei confini tradizionali di insediamento delle organizzazioni mafiose.
 
Dodici dei 64 enti locali sciolti nel corso di questa legislatura sono siciliani (ovvero, dal 15 marzo 2013). Quasi la metà degli enti sciolti in Sicilia si trova in provincia di Palermo (27, al netto delle “recidive”), seguono Catania (8), Agrigento (7), Trapani (7) ed infine Caltanissetta e Messina (4).
 
La decisione sull’esistenza di infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni locali si sviluppa attraverso un articolato procedimento disciplinato dall’articolo 143 del Testo unico del enti locali, che trova avvio nella nomina da parte del prefetto su delega del ministro dell’interno di una commissione per l’accesso ispettivo presso l’ente interessato. Secondo la Commissione parlamentare antimafia “appare assolutamente necessario un più intenso utilizzo di questo istituto in tutti i casi in cui vi siano indizi o siano avanzati fondati rilievi su possibili condizionamenti della criminalità organizzata sulle amministrazioni locali, proprio al fine di esaltare la funzione di acquisizione conoscitiva a scopo di prevenzione propria della procedura di accesso. In quest’ottica sarebbe altresì utile estendere questa procedura di verifica alle società partecipate da regioni ed enti locali e ai consorzi pubblici anche a partecipazione privata”.
 
La procedura di verifica disciplinata dal suddetto articolo 143 prevede attualmente due possibili soluzioni: da un lato lo scioglimento dell’ente a seguito del decreto del presidente della Repubblica, dall’altro la chiusura del procedimento, con successiva pubblicazione del decreto del ministro dell’interno in Gazzetta Ufficiale. Non sono invece disciplinati in modo soddisfacente i problemi connessi al mancato scioglimento di un ente che, seppure immeritevole della misura sanzionatoria, presenti segnali di compromissione irrisolti, come potrebbero essere i casi di appalti in cui siano state turbate le procedure di gara in favore di soggetti o imprese riconducibili all’associazione mafiosa, o ancora situazioni in cui una determinata percentuale di dipendenti o di dirigenti sia sospettata di collegamenti con soggetti o imprese riconducibili all’associazione mafiosa.
 
Ciò rende evidente l’esigenza di uno strumento più duttile tra la misura “dissolutoria” e la misura per così dire “assolutoria”, poiché quest’ultima produce effetti inevitabilmente legittimanti agli occhi della comunità locale, anche a fronte di criticità serie, ma non così gravi da giustificare l’adozione del provvedimento di scioglimento. Secondo la Commissione “nelle situazioni ‘borderline’ si potrebbe ipotizzare la nomina di una ‘commissione di affiancamento’ che accompagni l’ente nel suo percorso di risanamento e faciliti l’adozione di tutte le misure idonee, senza che l’ente locale debba essere necessariamente commissariato e affidato all’amministrazione temporanea di funzionari dello Stato”.
 
In conclusione, la Commissione sottolinea l’importanza che l’avvio della procedura di verifica delle infiltrazioni mafiose dia origine a un organico programma di misure concrete di risanamento, all’interno del quale il rispetto delle regole si coniughi con un’efficace gestione della spesa, con un miglioramento generale della capacità di risposta ai problemi del territorio.
 
Solo in questo modo, le decisioni assunte dallo Stato centrale non saranno vissute come un evento negativo da parte della comunità interessata, ma come l’occasione per un salto di qualità dell’azione dell’amministrazione locale e per un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini all’interno del loro comune.

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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