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Sanità, provi in Sicilia e poi scappi
di Rosario Battiato

Nell’Isola il più alto numero di utenti che viaggiano per curarsi (circa 60 mila l’anno) e livelli essenziali d’assistenza “critici”. I cittadini non si fidano e la Regione in tre anni ha perso mezzo miliardo

Tags: Sicilia, Sanità



PALERMO – Continua la fuga dei siciliani per curarsi altrove. I migranti della salute scelgono le più rassicuranti mete della Lombardia, determinando pesanti disequilibri anche in termini economici, in particolare in riferimento al saldo mobilità del Fondo sanitario nazionale. L’Isola, infatti, rientra tra le Regioni col più alto dato in valore assoluto per utenti che viaggiano per curarsi (più di 62mila nel 2016), e tra quelle con una mobilità attiva minore.
 
Dati che registrano, inoltre, un flusso in contrazione per gli arrivi e in crescita per le partenze rispetto agli anni passati.
Dati reali che vengono sottolineati anche dagli indicatori dell’Istat. L’Istituto di statistica attesta un passaggio determinante: “i sistemi ospedalieri di Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana si confermano veri e propri ‘poli di attrazione’ di ricoveri per i non residenti”. Ben altra la situazione che si registra nel meridione d’Italia dove, al contrario, “Calabria, Sicilia e Campania mostrano flussi in uscita significativamente più elevati dei flussi in entrata”.
 
La Sicilia detiene uno dei peggiori indici di attrattività d’Italia, pari allo 0,4%, superiore soltanto a un paio di Regioni. Due i riferimenti per valutare il sistema sanitario isolano: l’indice di immigrazione ospedaliera, valore che è dato dal rapporto percentuale di dimissioni ospedaliere di pazienti non residenti e il totale delle dimissioni nella regione dai soli ricoveri ospedalieri in regime ordinario per “acuti”, si piazza agli ultimi ospiti con il 2,6%, mentre l’emigrazione ospedaliera, che misura il rapporto percentuale tra il numero di dimissioni ospedaliere effettuate in altre regioni da pazienti residenti e il totale delle dimissioni dei pazienti nella Regione, si assesta al 6,4%.
 
1. Dalla riabilitazione alla chemio i cittadini non si fidano
Nel 2016 più di 60 mila siciliani hanno lasciato l’Isola per curarsi altrove. Lo rivelano i dati delle Sdo (schede di dimissioni ospedaliere) che sono stati diffusi lo scorso anno dal ministero della Salute e fanno riferimento a quattordici tipologie di attività che vanno dalla riabilitazione agli acuti in regime ordinario e diurno, passando per la chemioterapia e la lungo degenza. Un bilancio decisamente negativo anche in riferimento alla mobilità attiva, cioè agli utenti delle altre regioni che vengono a curarsi nell’Isola, che si è fermata a quota 13.821.
Si tratta del risultato peggiore d’Italia, che vede, come contraltare, il record della Lombardia con circa 200 mila unità della casella della mobilità attiva. A seguire si trova l’Emilia Romagna, con 129 mila utenti che arrivano da altre regioni. Complessivamente i ricoveri erogati nell’Isola sono pari a poco più di 777 mila, minimo il contributo dei pazienti di altre regioni.
 
2. Partenze e arrivi: dati in negativo per l’Isola
Secondo i dati del ministero della Salute, in due anni, cioè tra il 2014 e il 2016, la Sicilia ha “convinto” altri 2 mila cittadini a curarsi altrove. Sono passati da 60.351 (2014) a 62.616 (2016) gli isolani che si sono trasferiti in altre regioni per trovare soluzioni adeguate ai propri problemi di salute.
In calo anche la mobilità attiva, cioè i pazienti di altre regioni che hanno deciso di venire nell’Isola per curarsi: la contrazione è stata pari a più 2 mila unità, in quanto nel 2014 erano 16.117 e due anni dopo il dato ha raggiunto soltanto quota 13.821. Una contrazione che ha portato il saldo della mobilità a -48.795, il terzo più basso d’Italia. Soltanto la Calabria, che ha raggiunto 72.875 unità, e la Campania, saldo negativo di 73.242, sono riuscite a fare peggio.
Risultati dal tenore ben diverso si sono registrati per le Regioni in cui tradizionalmente il servizio sanitario funziona in maniera più efficace: in Lombardia il saldo complessivo ha sfiorato quota 120 mila, seguono Emilia Romagna (75.989) e Toscana (47.518).
 
3. Nel riparto dei fondi nazionali il peso della mobilità passiva
A metà febbraio la Conferenza delle Regioni ha trovato un accordo per il riparto del Fondo sanitario. Si tratta di 110,1 miliardi, uno in più rispetto al 2017, così come ha dichiarato Stefano Bonaccini, il presidente. Un flusso di denaro che, sommando gli ulteriori riparti, raggiunge, per il 2018, poco meno di 113,4 miliardi.
La distribuzione delle risorse vede il primo posto della Regione Lombardia, con 18,1 miliardi di euro, seguita da Lazio e Campania, a quota 10 miliardi, e quindi dalla Sicilia che ha ottenuto poco più di 9 miliardi.
“La composizione del finanziamento del Ssn – si legge in una nota del ministero della Salute – è evidenziata nei cosiddetti ‘riparti’ (assegnazione del fabbisogno alle singole Regioni ed individuazione delle fonti di finanziamento)”, proposti dal ministero e oggetto dell’intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni e quindi poi recepiti con propria delibera dal Comitato interministeriale per la programmazione economica – Cipe. Le Regioni assegnano le risorse alle aziende sulla base di diversi parametri, tra cui la “mobilità passiva (cioè i residenti che si curano in strutture di altre aziende sanitarie o regioni)” e la “mobilità attiva (nel caso siano state curate persone proveniente dall’esterno dell’azienda)”.
 
4. La fuga si paga, in tre anni perso mezzo miliardo di euro
Le migrazioni sanitarie si pagano profumatamente anche in termini di contributi relativi al saldo della mobilità inserito nel riparto del Fondo sanitario nazionale. Gli ultimi dati che fanno riferimento al 2015, e che sono stati riportati dal Sole 24 Ore, sono stati utilizzati per il riparto del 2017, e vedono in cima alla classifica la Lombardia, che si conferma come regina della sanità nazionale, con poco più di 600 milioni di euro. Seguono l’Emilia Romagna (348 milioni) e la Toscana (149,6 milioni).
Dall’altra parte della barricata troviamo la Campania (-281 milioni), la Calabria (-275 milioni), il Lazio (-231 milioni), e quindi la Sicilia (-189 milioni).
L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ha analizzato le annualità che vanno dal 2008 al 2014, registrando una tendenza che ha visto una Sicilia che è mai andata sotto la quota dei -160 milioni di euro. Realizzando una media triennale dei risultati, considerando il periodo 2014-2016, l’Isola ha registrato un passivo da mezzo miliardo di euro.
 
5. Lea: quei servizi essenziali invisibili ai pazienti isolani
Lo scorso ottobre il ministero della Salute ha rilasciato gli ultimi risultati relativi ai Lea, i livelli essenziali di assistenza, che, sulla base di 35 indicatori contenuti nella griglia di riferimento, misurano il raggiungimento degli obiettivi di tutela della salute perseguiti dal Servizio sanitario nelle singole regioni.
L’ultima rilevazione, che fa appunto riferimento al 2015, riporta che la Sicilia ha fatto un doloroso passo indietro, passando dall’area di “adempienza” a quella “critica”.
Un bollino rosso derivato da una serie di criticità evidenziate: “vaccinazioni per ciclo base (3 dosi) e MPR, screening, prevenzione veterinaria, assistenza residenziale agli anziani, assistenza ai disabili, assistenza ospedaliera (ospedalizzazione evitabile in età pediatrica)”.
Una bocciatura che la Sicilia condivide con poche altre realtà del Sud: “nel 2015 risultano adempienti – si legge nella nota del ministero – la maggior parte (11) delle regioni monitorate (16) ad esclusione di Molise, Puglia, Sicilia, Campania e Calabria, che si collocano nella classe ‘inadempiente’”.
 
6. E il Ministero avvia un nuovo sistema di monitoraggio
Per il futuro è già pronto un nuovo cruscotto di valutazione dell’assistenza sanitaria italiana. Lo ha rilevato la ministra Lorenzin alla fine di gennaio, precisando che “il Ministero prosegue sulla strada del potenziamento del Ssn”, un passaggio da attivare anche attraverso “la misurazione trasparente e condivisa di ciò che avviene nelle strutture sanitarie del paese”.
In occasione della presentazione del nuovo piano di monitoraggio, la ministra ha definito il cruscotto come “un nuovo modello di governance che orienta le proprie decisioni sulla base delle evidenze che misuriamo e che tende in ultima analisi a valorizzare chi è capace di creare valore per i pazienti”.
Si lavora anche a una governance che coinvolga direttamente tutti gli attori della sanità – Regioni, Aziende ospedaliere, operatori privati – per puntare a un modello che possa ottimizzare gli investimenti e creare un innalzamento dei livelli di assistenza e cura, che ancora non risultato omogenei in tutto il territorio nazionale.

Articolo pubblicato il 06 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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