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Donne, reddito e lavoro: tra la Sicilia e l'Ue c'è l'abisso
di Redazione

Svimez ha reso noti i primi risultati di uno studio sulla condizione femminile nel Mezzogiorno. Una laureata da quattro anni che lavora al Sud guadagna 300 € in meno di un uomo

Tags: Svimez, Lavoro, Donne



ROMA Una donna laureata da quattro anni che lavora al Sud ha un reddito medio mensile netto di 300 euro inferiore a quello di un uomo (1000 euro contro 1300). A quattro anni dalla laurea il divario di reddito tra maschi e femmine, pur rimanendo, tende comunque a ridursi. Delle donne meridionali occupate, una su tre lavora al Nord, e la componente femminile meridionale è molto più mobile rispetto a quello maschile.
 
In base alle elaborazioni Svimez, il tasso di disoccupazione femminile nel 2017 era il 21,9% al Sud e il 9,1% al Centro Nord.
Ma se si guarda alle giovani donne, tra 15 e 24 anni, il divario è ben più ampio: addirittura 55,3% nel Mezzogiorno e 27,7% nelle regioni centrali e settentrionali. Il doppio, quindi.
 
In occasione dell’8 marzo, la Svimez rende noti i primi risultati di uno studio sulla condizione delle donne nel Sud.
“Affrontare le questioni del Mezzogiorno al femminile – scrive la Svimez - consente di cogliere uno dei nodi centrali rimasti irrisolti”.
Le giovani donne meridionali vivono il curioso e terribile paradosso di essere le punte più avanzate della modernizzazione del Sud, perché hanno investito in un percorso di formazione e di conoscenza che gradualmente le sta portando a livelli di istruzione simili a quelli del resto del Paese, e al tempo stesso le vittime di una società più immobile, più ingiusta, che specialmente sul mercato del lavoro finisce per sottoutilizzarle, renderle marginali o espellerle.
 
Il numero di lavoratrici nell’Unione Europea ha raggiunto un livello storicamente elevato, con un tasso di occupazione (20-64 anni) che ha raggiunto nel 2017 il 66,3%.
 
Ma, mentre il Centro-Nord si avvicina ai livelli medi europei (61,9%), nel Mezzogiorno (34,6%) il divario con la Ue, già elevatissimo all’inizio del periodo (circa 25 punti percentuali) si è ulteriormente ampliato portandosi sopra i 30 punti.
Tutte le regioni meridionali sono collocate in posizioni gravemente svantaggiate rispetto alle altre europee, con Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime quattro posizioni, con valori del tasso di occupazione intorno al 30%, di circa 35 punti inferiori alla media europea e sensibilmente distanti da quelle del Centro-Nord.
 
La scarsa partecipazione femminile è connessa all’incapacità delle politiche italiane di welfare e del lavoro di conciliare la vita lavorativa a quella familiare, causando anche incertezza economica e una modifica dei comportamenti sociali, tra cui la riduzione del tasso di fertilità delle italiane.
 
Nell’ultimo decennio le donne meridionali sono passate dai tassi di fertilità molto più elevati rispetto a quelle del Centro-Nord a tassi di fertilità sensibilmente più bassi: 1,3 figli per donna al Sud rispetto a 1,4 nelle regioni centrali e settentrionali.
 
Ciò è anche una conseguenza di servizi per l’infanzia offerti dalla pubblica amministrazione alquanto carenti: nel Mezzogiorno solo un terzo dei Comuni offre degli asili nido che coprono appena il 4,6% dei bambini con età inferiore ai tre anni. Regioni come Calabria e Campania li offrono addirittura a meno del 3% dei bimbi.
 
La copertura di asili nido pubblici al Sud è, in base agli ultimi dati dell’Istat, è attorno al 4% rispetto a un 18% nel Centro-Nord.
Per quanto riguarda la cura degli anziani, altra mansione alla quale le donne sono il più volte costrette a sopperire alla carenza di servizi adeguati, sempre in base ai dati Istat, la spesa pro capite per gli over 65 anni è al Centro-Nord di 119 euro in un anno e al Sud di 55 euro.

Articolo pubblicato il 09 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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