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Quasi 1 italiano su 4 è a rischio povertà
di Redazione

Secondo Bankitalia la quota è salita al 23%, record negativo dal 1989

Tags: Povertà, Economia, Bankitalia



ROMA - In Italia quasi una persona su quattro (23%) è a rischio povertà e una quota così elevata non si era mai raggiunta dalla fine dagli anni indagine della Banca Italia sui bilanci delle famiglie, aggiornato al 2016 “la quota di persone a rischio di povertà è salita al 23%, un livello molto elevato” record negativo dal 1989, anno di inizio delle serie storiche dello studio.
 
Il rischio di povertà, come spiegato a Palazzo Koch, “è più elevato per le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno”. Tra il 2006 e il 2016 la diminuzione si registra solo nel caso in cui il responsabile del mantenimento familiare è pensionato, comunque, un cittadimo con oltre 65 anni. La percentuale in questa classe di riferimento è scesa dal 19,0% del 2006 al 16,6% del 2016.
 
Il livello di indigenza sotto indagine è quello di persone che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano.
In salita ripida, invece, le difficoltà per i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni, con variazione dal 22,6 al 29,7%. Per chi vive al Nord si passa dall’8,3 al 15% e ancor peggio per gli immigrati, per i quali la situazione allarmante subisce un balzo dal 33,9 al 55%. Il mezzogiorno riesce a resistere ai picchi negativi, sebbene con numeri molto elevati, mantendo il valore del 39,4%, che resta pressoché identico a dieci anni prima.
 
I restanti tre terzi della polazione che non rischiano l’ indigenza, vedono le ricchezze distribuite in modo disuniforme. Secondo i bilanci, infatti, il 30% dei nuclei familiari più poveri detiene l’1% della ricchezza netta media che, alla fine del 2016, era pari a 206 mila euro, di 12 mila in meno rispetto al valore di fine 2014.
 
Su questa categoria di dati influisce anche il brusco crollo dei valori immobiliari, registrato dallo scoppio della crisi globale. Difatti il 70% delle famiglie possiede l’abitazione in cui vive e le attività reali, che includono appunto immobili, ma anche aziende e oggetti di valore che pesano per ben l’87% del patrimonio lordo. Di contro, le attività finanziarie rappresentano una quota vicina allo zero (in totale l’1,1%) per ben il 20% delle famiglie, mentre più della metà, ovvero il 52,5%, è nella disponibilità del dieci per cento più ricco.
Per quanto attiene al reddito equivalente medio si registra un incremento del 3,5% rispetto al 2014, interrompendo la picchiata, pressoché continua, avviatasi nel 2006. L’istituto di credito nazionale, tuttavia, ha sottolineato come il dato resti ancora inferiore di 11 punti percentuali a quello di dieci anni prima.
 
L’unico sospiro di sollievo è per il calo dell’indebitamento familiare: nel 2016, infatti, la percentuale di nuclei indebitati era scesa al 21% dal 23% di due anni prima (era il 29% nel 2008). Tuttavia questo fenomeno ha interessato soprattutto quelle famiglie con alla guida un senior, ovvero oltre i 45 anni; in questa fascia la quota è scesa dal 38 al 29%.
 
Complessivamente le passività finanziarie rappresentano meno del 5% del patrimonio lordo per gli italiani, con un livello medio di circa 50 mila euro, valore che scende a 12 mila euro per il 20% di quelli meno abbienti e sale a 171mila euro per il 5% più benestante.
Di conseguenza, crescita del reddito e disuguaglianze economiche sembrerebbero andare di pari passo: se è vero che i nuclei familiari hanno visto crescere il proprio reddito, d’altra parte la forbice economica si è acuita, in quanto il 5% delle famiglie più ricche detiene il 30% della ricchezza nazionale., con una ricchezza netta media pari a 510 mila euro. Oltre il 40% di questa quota è detenuta dal 5% più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro, deliniando così la mappa una società con pochi ricchi e tanti poveri.

Articolo pubblicato il 13 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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