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Irpef, per i siciliani stangata da 333 euro al mese nel 2015
di Paola Giordano

Studio della Cgia di Mestre: nell’Isola l’imposta “vale”circa 7,4 miliardi, in Lombardia ben 35. La media annuale per contribuente è di 4.000 €, tra le più alte d’Italia

Tags: Irpef, Sicilia, Cgia Mestre



PALERMO – Non c’è pace per le tasche dei siciliani: sulla base delle dichiarazioni dei redditi 2015 presentate nel 2016, infatti, ciascun contribuente isolano ha versato mediamente allo Stato una imposta Irpef pari a 333 euro al mese, per un ammontare annuo di 4 mila euro. Questa cifra, moltiplicata per il numero di contribuenti, arriva a sfiorare complessivamente i 7 miliardi e 460 milioni di euro.
 
È quanto emerge dallo studio, realizzato dall’Associazione Artigiani e Piccole Imprese (Cgia) di Mestre, sulla principale imposta pagata allo Stato italiano da lavoratori e pensionati: l’Irpef, appunto, che altro non è che l’acronimo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.
 
Con tali numeri la Sicilia si attesta come la terza Regione del Mezzogiorno nella quale si paga un’imposta Irpef più alta, dietro alla Campania (4.140 euro pro capite) e a pochi euro di differenza dalla Sardegna (4.054 euro per contribuente).
 
Rispetto alla media nazionale, che è pari a 4.420 euro, la Sicilia appare come un’Isola “felice” poiché, a conti fatti, i contribuenti siciliani pagano oltre 400 euro in meno. Se poi si guarda alla Regione che versa più Irpef, la Lombardia, la forbice si allarga a dismisura: i cugini lombardi pagano in media 2 mila euro in più di imposta sul reddito rispetto ai siciliani.
 
Sul fronte del gettito Irpef per Regioni, invece, l’Isola, con i suoi 7,5 miliardi versati, si piazza al secondo posto tra le meridionali, seconda solo alla Campania, che versa all’erario più di 8,7 miliardi di euro, e all’ottavo nel panorama nazionale. Qui si rileva che il territorio che più concorre a rimpolpare le casse statali è la Lombardia, che versa ben 35,1 miliardi di euro e dove in media il contribuente paga annualmente un’Irpef di 6.085 euro (oltre 500 euro al mese).
 
Seguono il Lazio, con 17,7 miliardi (Irpef media di 6.058 euro), e l’Emilia Romagna con 14,1 miliardi (Irpef media di 5.245 euro). La Sicilia, invece, si piazza ottava.
 
Tale imposta sul reddito, regolata dal Testo Unico delle imposte sui redditi emanato con il DPR n. 917 del 22 dicembre 1986, costituisce una delle fette più appetibili delle entrate tributarie statali: a versarla sono “solo” quasi 31 milioni di contribuenti in tutta Italia. Con due caratteristiche: è un’imposta di carattere personale, in quanto dovuta, per le persone fisiche (lavoratori dipendenti, pensionati e lavoratori autonomi) che risiedono sul territorio dello Stato, per tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all’estero, ed è progressiva, poiché la quota percentuale di redditi assorbita dall’imposta aumenta in proporzione al reddito stesso. Ciò vuol dire, in linea di massima, che più si guadagna e più si paga.
 
A ben guardare, però, le cifre riportate dalla Cgia evidenziano una discrepanza non indifferente tra la base dei contribuenti siciliani (2.724.584 soggetti) e coloro che effettivamente pagano l’imposta (1.864.216 contribuenti): mancano all’appello, infatti, più di 860 mila persone. Questi soggetti potrebbero rientrare nella cosiddetta “no tax area”, vale a dire la soglia di reddito entro la quale l’imposta dovuta è pari a zero. Se così fosse, il dato sarebbe allarmante perché confermerebbe che il lavoro in Sicilia è per molti scarsamente retribuito. Attenzione però: la legge non prevede alcuna esenzione dell’Irpef. L’imposta pari a zero è piuttosto il risultato dell’applicazione delle diverse detrazioni.
 
Al di là delle seppur notevoli differenze tra regione e regione, quel che è certo è che l’Irpef incide – e non poco – sulle tasche dei cittadini: “Con un fisco così eccessivo – dichiara il Segretario della Cgia Renato Mason – serve un’alleanza tra autonomi e lavoratori dipendenti. Questa situazione penalizza entrambi e di conseguenza l’economia del paese. Con meno tasse, infatti, potenzialmente le famiglie dei lavoratori dipendenti potrebbero avere più risorse per far decollare definitivamente i consumi interni e conseguentemente anche il fatturato di artigiani e piccoli commercianti che vivono quasi esclusivamente di domanda interna”.

Articolo pubblicato il 15 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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