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Quotidiano di Sicilia

Cittadini nella morsa dei Tribunali lumaca
di Carlo Alberto Tregua

Sentenze definitive in tre anni

Tags: Giustizia



Nove milioni di cause, sentenze che arrivano da 10 a 15 anni dopo, tenendo sulla graticola cittadini che chiedono giustizia e che in qualche caso non la vedono per decesso, sono condizioni inaccettabili per un Paese civile, spinto fuori dalla competizione con tutte le altre Nazioni europee ed extraeuropee.
Quando un investitore, attratto dalle potenzialità dell’Italia, intende venire a realizzare impianti o servizi, spesso chiede a importanti studi legali quanto tempo occorra per dirimere eventuali controversie che dovessero insorgere. Quando ricevono risposte sconsolate, secondo cui la previsione non può essere fatta, rinunciano all’investimento.
Quindi, la lentezza della giustizia italiana è una delle cause che impediscono i nuovi investimenti, che costituirebbero l’ossigeno per la nostra economia.
La massa dei processi grava su un organico di magistrati carente di almeno mille unità e su un organico amministrativo carente di molte migliaia di unità. Il supporto di giudici di pace, giudici onorari, vice procuratori onorari e altre figure non togate garantisce un certo ausilio, ma non risolve alla radice il problema.
 
Vi sono decine di migliaia di cause del tutto insignificanti, anche se è giusto tenere presente che anche la lite condominiale ha il diritto di avere giustizia. Però, a tale richiesta non è possibile dare riscontro come per controversie importanti. Ed ecco che i capi dei Distretti giudiziari e dei Tribunali sono costretti a formulare ordini di precedenza.
Per esempio, nella giustizia penale, molti presidenti di Sezione, quando si accorgono che le cause andranno sicuramente in prescrizione, decidono di abbandonarle per dedicarsi a quelle su cui è invece possibile arrivare a sentenza definitiva.
Così ci hanno detto molti magistrati di vertice e fra essi il presidente del Tribunale di Catania, Francesco Mannino, nel Forum pubblicato oggi.
Comunque la si giri, la giustizia italiana non riesce a fare uscire sentenze definitive, nel settore penale e in quello civile, nei tre anni fatidici che costituiscono la durata del giusto processo. Giusto così come impone l’Unione europea.
 
Ho chiesto al presidente Mannino la sua opinione sul cosiddetto Metodo Barbuto, cioè la capacità dei Tribunali di sfornare sentenze in sei mesi. Conoscendo il collega, mi ha risposto che quel Metodo ha funzionato perché l’ex presidente del Tribunale di Torino è riuscito a mettere d’accordo magistrati, avvocati e personale amministrativo per ridurre al minimo tutti i tempi.
Non si capisce perché questo comportamento non sia adottabile in tutti i Tribunali d’Italia, pur comprendendo che le forze in campo sono nettamente inferiori al fabbisogno.
Nel Meridione, il fenomeno dei ritardi è più marcato perché vi sono più cause per abitante, forse per la natura dei meridionali che tende allo scontro piuttosto che al buonsenso dell’accordo.
La recente riforma dei Codici penale e di procedura penale ha tentato di deflazionare il numero dei processi: per esempio, per quanto concerne le querele, che secondo l’indirizzo della legge ormai dovrebbero concludersi in prima istanza con una sentenza del giudice che, ove ritenga congrua l’offerta del risarcimento, la dichiara ammessa, anche contro il parere del querelante e con sentenza estingue il reato.
 
La riforma non ha previsto di modificare la norma che consente al giudice per l’udienza preliminare di rinviare a giudizio facendo proprie le motivazioni della Procura, trascurando quelle della difesa ed evitando autonome valutazioni sull’impianto accusatorio che è, lo ricordiamo, indiziario. Se questa norma fosse stata introdotta, con molte probabilità molti processi non si celebrerebbero, perché il gup li chiuderebbe prima.
La questione della malagiustizia non riguarda soltanto il diritto dei cittadini ad avere torto o ragione in un massimo di tre anni, ma ha refluenze sull’economia perché, come prima indicato, blocca molte iniziative imprenditoriali.
Con i tempi che corrono e con questa incertezza politica, non si vede all’orizzonte qualcuno che possa fare una profonda riforma della materia per servire i cittadini dando loro torto o ragione, in via definitiva, nel fatidico termine di tre anni.

Articolo pubblicato il 21 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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