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Quotidiano di Sicilia

Imprenditori siciliani in fuga dalla Sicilia
di Paola Giordano

Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell'ICE: dalle 220 aziende delocalizzate del 2009 si è passati alle 307 del 2015. Crescono anche il numero di dipendenti impiegati e il fatturato: un vero e proprio esodo 

Tags: Sicilia, Impresa, Economia



CATANIA – La Sicilia per i suoi imprenditori è sempre meno appetibile. Gli impresari che “scappano” dall’Isola sono, infatti, sempre di più: dal 2009 al 2015, infatti, il numero delle partecipazioni siciliane all’estero delle aziende è aumentato del 39,5 per cento. Sono 87 le aziende che, nel corso del suddetto periodo, hanno deciso di dislocare la produzione oltre i confini nazionali: dalle 220 imprese del 2009 si è passati alle 307 del 2015. Un vero e proprio esodo.
 
A rilevarlo sono i numeri della Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE). Che, ahinoi!, fotografano uno scenario non proprio rassicurante: con il suo +39,5 per cento, la Sicilia è una tra le regioni italiane protagoniste del fenomeno di trasferimento imprenditoriali all’estero. “Peggio” dell’Isola fanno solo la Calabria (+60 per cento di partecipazioni all’estero), la Basilicata (52,8 per cento) e la Campania (41,3 per cento): tutte regioni meridionali, insomma, e tutte percentuali nettamente più alte rispetto al dato medio nazionale (12,7 per cento).
 
Se in termini di variazioni percentuali a primeggiare è il Mezzogiorno, guardando ai valori assoluti emerge che le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni nel 2015), il Veneto (5.070) e l’Emilia-Romagna (4.989): in sostanza, quasi il 78 per cento del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese ubicate nelle regioni settentrionali. Tali zone, però, come evidenzia il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, Paolo Zabeo, “presentano livelli di disoccupazione quasi fisiologici e sono considerate, a tutti gli effetti, aree con livelli di industrializzazione tra i più elevati d’Europa”. Che aggiunge: “Quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni di internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende”. Non è questo, però, il caso della Sicilia, che possiede un tasso di disoccupazione non di certo fisiologico e un livello di industrializzazione che tutto può essere fuorché invidiabile.
 
Guardando ai dati siciliani raccolti da Politecnico di Milano e ICE affiorano altre due questioni degne di nota: da un lato, l’aumento del numero di dipendenti nelle aziende che dislocano all’estero e, dall’altro, la crescita del fatturato di tali imprese.
 
Dal 2009 al 2015 sono oltre 900 i lavoratori in più impiegati in imprese che si sono spostate oltre i confini nazionali: si è infatti passati dai 2.395 dipendenti del 2009 ai 3.322 del 2015, con un incremento del 38,7 per cento. Una variazione in controtendenza rispetto al trend italiano, dove dal 1.710.023 lavoratori del 2009 si è scesi a 1.659.983 del 2015, registrando una diminuzione di poco più di 50 mila unità.
 
Il fatturato è invece cresciuto addirittura del 42,5 per cento: 461 milioni di euro nel 2009 contro i 657 di sei anni dopo. Vale a dire una differenza di 196 milioni. Mica bruscolini, quindi, anche se tali cifre possono sembrare quasi irrisorie se paragonate a quelle registrate dall’intera Penisola: quasi 481 miliardi nel 2009 contro i 520 miliardi e 879 milioni del 2015 (40 miliardi in meno). Per entrambi gli indicatori, poi, nell’Isola il picco si è registrato nel 2011: 3.564 dipendenti e 734 milioni di euro di fatturato.
 
Quelli siciliani non hanno però niente a che vedere con i numeri della cugina Lombardia, che nel 2015 conta 550.164 lavoratori - erano addirittura 19 mila in più nel 2009 - e oltre 138 miliardi di ricavi (11,8 miliardi in più rispetto a sei anni prima).

Articolo pubblicato il 22 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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