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Se non c'è il pane non si può dividere
di Carlo Alberto Tregua

L’assistenzialismo avvelena tutti



San Francesco d’Assisisi (1181-1226), al secolo Giovanni di Pietro Bernardone, fondatore dei frati minori e delle clarisse, divideva il pane coi poveri. Egli - che proveniva da una famiglia ricca, all’interno della quale aveva condotto una giovinezza di spensierata dissipazione e poi in armi - si spogliò dei suoi averi e prese la decisione, davanti al crocifisso della chiesetta di San Damiano, nell’autunno 1206, di vivere in funzione del prossimo.
Colui che divenne Santo cominciò a condividere con gli ultimi quel poco di cibo di cui entrava in possesso. Ma divideva ciò che di materiale aveva. Ecco il senso dell’aiuto agli altri. Non si può dividere ciò che non si ha di materiale, salvo gli affetti, la solidarietà, gesti e parole buone.
Primum vivere deinde philosophari. Ma qui non si tratta di filosofare, bensì di capir bene come si può essere solidali con gli altri, soprattutto con i bisognosi. Per aiutare gli altri ci vogliono risorse finanziarie e queste si producono con il lavoro, con la capacità e la professionalità.
 
Dunque, l’imperativo di una collettività è produrre ricchezza, in modo onesto e poi redistribuirla secondo il grado di bisogno dei cittadini. Ma tutti devono contribuire a produrre ricchezza, ognuno con le proprie capacità, piccole o grandi. Il che è esattamente il contrario di quei bifolchi che continuano a sostenere l’assistenzialismo, cioè dare a tutti qualcosa anche se non la meritano o non ne hanno bisogno.
Il Movimento cinque stelle, con il Reddito di cittadinanza, il Partito democratico di Renzi, con il Reddito di inclusione e ora quello di Martina, con il Reddito “universale”. Vogliono trasformare l’Italia da un Paese che cresce in un altro che resta nella palude della deresponsabilizzazione generale, per cui lo Stato, questo ente immateriale e lontano, deve provvedere a tutti, bisognosi o meno. Un’idea politica distante anni luce dalla realtà, demagogica e frutto di un basso meccanismo per la raccolta del consenso.
è del tutto evidente che se si regala qualcosa, chi la riceve ha un pizzico di riconoscenza, ma poi pensa che si tratta di un diritto, mentre dimentica totalmente quale debba essere il proprio dovere.
 
Un Governo serio, come tanti ne ha avuto l’Italia, deve rispettare il principio di eguaglianza, previsto dall’art. 3 della Costituzione, nel senso che deve creare condizioni tali da consentire a tutti i cittadini le stesse possibilità.
Qualunque cittadino deve potere esercitare un lavoro autonomo, imprenditoriale o professionale; qualunque cittadino deve potere conseguire il massimo livello di studi; qualunque cittadino deve trovarsi in condizione di competere con gli altri senza pietre nelle tasche.
Ecco come si deve comportare uno Stato che esercita la politica in modo alto e nobile e non insegue il consenso giorno per giorno, andando dietro a coloro che speculativamente lo danno in quanto hanno di ritorno un beneficio personale.
Si tratta di privilegiare sempre l’interesse nazionale rispetto a quello privato della singola categoria. Ma pare che i nostri partitocrati e politici di professione abbiano dimenticato questo principio, ovvero non l’hanno mai imparato data la modestia dei lori studi.
 
L’assistenzialismo avvelena tutti i cittadini perché fa venire meno i principi di equità e di giustizia, in base ai quali ognuno deve dare tutto quello che può in termini di energie, capacità, di forza intellettuale e fisica.
Prima dare e poi avere: questa è la regola che deve essere rispettata all’interno di una Comunità. Non è possibile continuare sulla perversa strada in cui i diritti sono urlati e i doveri sono taciuti. Ecco una delle cause principali per le quali il nostro Paese è penultimo per sviluppo in Europa, appena un gradino sopra la Grecia.
La paura che attanaglia i politici italiani di non riuscire ad avere il consenso li porta ad essere gracili mentalmente, a non dire pane al pane e vino al vino ai cittadini, i quali, dal loro canto, vogliono sentirsi dire le cose che piacciono e non, invece, che occorre fare sacrifici, rimboccarsi le maniche, spandere sudore, senza di che una collettività muore e non ha alcuna possibilità di svilupparsi e crescere.

Articolo pubblicato il 22 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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