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Comuni: efficienti o sanzionati
di Eleonora Fichera

Circolare dell’assessore regionale Grasso: consegnare entro quattro mesi i questionari su costi e fabbisogni standard. Eliminare gli sprechi superando la spesa storica. Per chi sgarra, niente soldi 

Tags: Enti Locali, Sicilia



PALERMO – “Sarà la Sicilia la prima Regione a Statuto speciale coinvolta nella determinazione dei costi e fabbisogni standard”.Con queste parole, messe in evidenza su sito internet ufficiale, la Sose (Soluzioni per il sistema economico Spa) ha sancito l’entrata della nostra Isola nel famigerato meccanismo di costi e fabbisogni standard. Un iter lungo e travagliato che oggi sembra essere finalmente arrivato a una svolta. Dopo circa otto anni di immobilismo, infatti, qualche giorno fa l’assessorato delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, guidato da Bernardette Grasso, ha diramato una Circolare sull’adeguamento alle norme nazionali relative a costi e fabbisogni standard.
 
Il meccanismo
Il meccanismo si fonda principalmente su quattro criteri base: equità, ottimizzazione, efficacia ed efficienza della spesa pubblica. Il procedimento è piuttosto elementare: i costi dei diversi servizi erogati dagli Enti locali vengono stabiliti prendendo come riferimento le cosiddette Regioni virtuose. Quelle, cioè, che sono state in grado di garantirli spendendo meno delle altre. Chi ha fatto peggio, invece, è costretto ad adeguarsi alla spesa minima. L’obiettivo è il superamento della cosiddetta spesa storica, da sempre alla base dei trasferimenti in favore degli Enti locali. Seguendo questo meccanismo, le somme da trasferire per garantire la corretta erogazione dei servizi base, venivano calcolati basandosi su quanto un Ente aveva speso l’anno precedente per erogare quegli stessi servizi. Tutto ciò con la conseguenza che servizi identici potevano avere costi completamente diversi da Nord a Sud, e che le Regioni “spendaccione” gravavano sulle spalle delle altre. Il meccanismo di costi e fabbisogni standard, invece, vuole invertire completamente la rotta: da una parte garantendo una più equa distribuzione delle risorse, e dall’altra spingendo gli Enti locali più “pigri” a far meglio. Stabiliti i costi massimi e i relativi finanziamenti, infatti, i Municipi per sopravvivere sono costretti a intraprendere due ordini di azioni: riorganizzare le spese in maniera più efficiente e/o far leva su altre forme di finanziamento (tra tutti, un esercizio più incisivo del proprio potere di imposizione fiscale).
 
L’iter legislativo
In principio, a “costringere”, gli Enti locali all’efficientamento fu la Legge delega sul Federalismo fiscale numero 42 del 2009. La legge “al fine di garantire la trasparenza e la razionalizzazione della spesa pubblica locale” prevedeva “il progressivo superamento del criterio della spesa storica nell’assegnazione delle risorse regionali” in favore del meccanismo dei cosiddetti fabbisogni (le reali necessità finanziarie degli Enti locali, in base alle caratteristiche territoriali e socio-demografiche della popolazione residente) e costi standard (le risorse funzionali per coprirli).
L’anno successivo, per aggiungere concretezza al passaggio, è arrivato il decreto legislativo 216/2010 che ha stabilito le procedure da attivare per calcolare i reali valori di costi e fabbisogni. Il Dlgs, infatti, ha affidato alla Sose il compito di raccogliere informazioni utili su aspetti strutturali degli Enti locali, modalità organizzative e tipologie di servizi erogati (concentrandosi principalmente su viabilità e trasporti, settore sociale e asili nido, gestione del territorio e ambiente, amministrazione, polizia locale e istruzione pubblica). Per farlo, ogni anno dal 2011 Sose distribuisce a Comuni, Città Metropolitane e Province dei questionari informativi.
Tutto perfetto se non fosse per due fondamentali criticità. La prima deriva dalla ritrosia degli amministratori locali. Pochi, pochissimi si sono adoperati per essere a “norma di legge”. Tanti, troppi, i Comuni inadempienti: secondo un’ultima ricognizione generale, nel 2016 erano più di 4.000, la metà del totale. La seconda criticità deriva invece da un limite insito nella legge 42/2009 e nel successivo Dlgs 216/2010: entrambi, infatti, fanno riferimento alle sole Regioni a Statuto ordinario. Quelle a Statuto speciale, Sicilia compresa, restano escluse.
 
La Sicilia
Come si è mossa la nostra Isola? In una Regione in cui gli Enti locali sopravvivono sull’orlo del dissesto economico e sono spesso incapaci di garantire ai propri cittadini i servizi base, ci si aspetterebbe che gli amministratori facessero a gara per adottare meccanismi capaci di ottimizzare la spesa pubblica. Ma in Sicilia, terra di paradossi, non è andata così. Per anni, la nostra Isola è rimasta pressoché immobile, impantanata in uno degli innumerevoli disastri dell’ultimo governo regionale guidato da Rosario Crocetta.
Un primo passo in avanti si era fatto nel 2015 con la legger regionale numero 97 che “nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge del 5 maggio 2009 n.42” evidenziava la necessità di adeguarsi “ai fabbisogni standard di Comuni e Liberi consorzi comunali relativamente alle funzioni fondamentali degli stessi”. Sulla carta, quindi, iniziava l’iter per l’adeguamento, seppur con circa sei anni di ritardo. Ma a che servono le leggi se restano su carta senza trovare pratica attuazione nella realtà? La 97/2015, infatti, è stata praticamente ignorata per due lunghi anni. Solo nel 2017 la Legge di stabilità e il relativo accordo fra il Governo e la Regione Siciliana, hanno stabilito il recepimento delle disposizioni contenute nel Dlgs 216/2010 affidando alla Sose il compito di raccogliere le informazioni necessarie per il calcolo di costi e fabbisogni standard anche in Sicilia, così come da anni avviene per le Regioni a Statuto ordinario. A ciò sarebbe dovuto seguire un incontro tra i rappresentanti della Regione e i vertici della Sose. Incontro che il Governo Crocetta ha rimandato fino all’ultimo giorno di mandato, lasciando alla “squadra” Musumeci il compito di mettere una pezza sugli errori del passato. Cosa che poi è avvenuta davvero. O almeno così sembrerebbe. A pochi mesi dall’insediamento, infatti, il dipartimento regionale delle Autonomie locali ha diramato la famosa circolare che dovrebbe sancire, una volta per tutte, il definitivo adeguamento.
 

 
Con la Circolare Grasso una svolta attesa da anni
 
La circolare – La svolta, dicevamo, è arrivata con la circolare n.4 dell’8 marzo. Il provvedimento concede a Comuni, liberi Consorzi e Città metropolitane, quattro mesi di tempo per trasmettere alla Regione “le informative con i dati strutturali, contabili e quelli in materia di personale relativi al 2017 nell'ambito dell'applicazione delle norme su fabbisogni e costi standard”.
Ma non solo, la circolare sottolinea anche che “la mancata restituzione, nel termine predetto, del questionario interamente compilato, è sanzionata con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di invio dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati agli Enti locali siciliani e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Interno dell’Ente inadempiente”. Stop alle risorse quindi, per chi non rispetterà le direttive, con tanto di ingresso nella black-list nazionale.
Dei questionari, già in distribuzione dal 15 marzo, si occuperà Sose in collaborazione con l’Ifel (istituto per la finanza e l’economia locale). Per guidare gli amministratori locali nella corretta compilazione, inoltre, si sono già tenuti due convegni divulgativi a Catania e Palermo, organizzati dall’Anci Sicilia.
Adesso, non resta altro da fare che aspettare la deadline dei 120 giorni per scoprire se i Comuni isolani faranno il proprio dovere o andranno a rimpolpare la già corposa lista degli inadempienti.

Articolo pubblicato il 29 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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