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Opere idriche, acque immobili
di Rosario Battiato

Monitoraggi Corte Conti e Regione: una trentina le incompiute strategiche nell’Isola. In 10 anni un fallimento totale. Istat: più di una famiglia siciliana su tre lamenta irregolarità e disservizi 



PALERMO – In Sicilia ci sono una trentina di infrastrutture idriche dormienti che hanno congelato oltre duecento milioni di euro. Un cumulo preoccupante che arriva dal calcolo dei numeri della Corte dei Conti, relativi allo stato di attuazione del Piano irriguo per il Mezzogiorno, e dalla mappatura delle incompiute della Regione siciliana. Un risultato pessimo per una realtà che patisce procedure di infrazione sul fronte della depurazione e perdite di rete che superano il 50% con interruzioni record del servizio.
 
L’aggiornamento più recente arriva dalla Corte dei Conti all’interno della relazione che compie una ricognizione sullo stato di attuazione del Piano irriguo per il Mezzogiorno, avviato con la delibera Cipe del 2005, quindi 18 anni fa, e che vede soltanto 14 opere su 27 con uno stato di avanzamento dei lavori considerato al 100%.
 
In Sicilia, in questo particolare capitolo, rientrano 6 opere per un valore complessivo di 70 milioni di euro (circa 35 quelli erogati) e soltanto tre completate e considerate “in esercizio”, mentre altre due si trovano allo stato di “lavori in corso” e una addirittura “non attivata”. Non va meglio sul fronte dell’altra delibera del Cipe (92/2010) dove 27 delle 37 opere sono ancora in corso e nessun intervento risulta oggi in esercizio. In Sicilia ce ne sono tre e nessuna di queste è stata completata.
 
“Dall’istruttoria – si legge nella nota della Corte – è emerso che il piano irriguo, il suo completamento e il nuovo piano per il Sud sono connotati da finalità essenzialmente manutentive, senza l’implementazione di nuove opere, essendo stata ritenuta adeguata l’infrastrutturazione esistente, seppur con necessità di adeguamento”.
 
Nel mirino della magistratura contabile c’è “la frammentazione delle competenze e la protrazione della gestione commissariale fino all’emanazione del d.l. n. 51/2015 non hanno favorito una visione unitaria degli obiettivi, al punto che il programma degli interventi è stato realizzato con tempi e procedure distinte tra il Centro-Nord ed il Sud del Paese”.
 
Nel capitolo dedicato agli interventi con maggiori criticità c’è anche spazio per un riferimento siciliano. Si tratta della “Derivazione dal fiume Belice dx e affluenti nel serbatoio del Garcia – II stralcio”, in concessione al consorzio di bonifica 2 – Palermo, che era originariamente previsto a completamento del progetto di primo stralcio di cui alla delibera Cipe n. 133/2002. In principio l’importo previsto era pari a 23,24 milioni, ma è lievitato a 30,273 milioni, e quindi a 40,643 milioni, così come ratificato con delibera Cipe n. 154/2012.
 
“Per coprire l’aumento di spesa – si legge nel documento della Corte – sono state utilizzate, tra l’altro, le risorse previste per il secondo stralcio, che pertanto non verrà più realizzato”. Soltanto che la gara d’appalto per il “primo stralcio non è mai stata bandita e il consorzio concessionario ha comunicato che, a seguito di un ulteriore aggiornamento del progetto, l’importo necessario ammonterebbe a 47,749 milioni”. A quel punto il ministero ha richiesto al consorzio la “documentazione tecnica e amministrativa attestante la cantierabilità dell’intervento (progetto esecutivo, autorizzazioni, verifica e validazione), che al momento dell’istruttoria non risultava ancora pervenuta”.
 
A questa situazione abbastanza preoccupante vanno aggiunte anche le incompiute. L’ultimo aggiornamento che arriva dalla Regione ne censisce ben 21 per un totale di 169 milioni di euro già spesi e ancora 25,8 milioni di euro necessari per completarle. Si trova un po’ di tutto: dalle opere di fognatura e depurazione – la Regione è coinvolta direttamente in tre procedure di infrazione comunitarie proprio sul trattamento delle acque reflue – agli interventi relativi al rifacimento di acquedotti o al completamento di serbatoi e fino alle costose operazioni sugli invasi regionali.
 
I cantieri vanno a rilento e i problemi restano tutti sul tavolo. L’Istat ha confermato che l’acqua resta in cima alle preoccupazioni dei siciliani: nel 2017 quasi 4 famiglie su 10 hanno lamentato problemi di erogazione e 5 famiglie su 10 non si sono fidate dell’acqua di rubinetto. Record siciliani che si confermano anche nello spreco di acqua: Palermo (54,6%) è tra i primi cinque capoluoghi di regione e in tutta la Sicilia soltanto il 7% degli enti locali ne perde meno del 10%, il 25% registra perdite incluse tra il 10 e il 30%, poco più del 20% è incluso tra il 30 e il 50% di perdite. Il resto, pari a circa il 40%, si distribuisce tra un 30% con perdite comprese tra il 50 e il 70% e un 10% addirittura superiore al 70%.
 
Si prova a correre ai ripari. Nelle scorse settimane è stato svelato il capitolo siciliano relativo all’approvazione, da parte del Cipe, del secondo addendum al Piano operativo infrastrutture del ministero Infrastrutture e trasporti, che si lega alla programmazione 2014-2020 del Fondo sviluppo e coesione e che prevede stanziamenti per 934,4 milioni in tutta Italia. Alle dighe isolane andranno 66 milioni di euro.
 
La parte più sostanziosa, pari a 60 milioni di euro, andrà alla nota incompiuta Diga Pietrarossa (cantieri da aprire nel 2020), la parte restante sarà distribuita tra la diga Piano del Leone (Castronovo, provincia di Palermo), Fanaco (Castronovo di Sicilia, provincia di Palermo), Garcia (Contessa Entellina, provincia di Palermo), Nicoletti (Leonforte, provincia Enna), Paceco (nell’omonimo comune in provincia di Trapani), Scansano (Piana degli Albanesi, provincia di Palermo), Rubino (Trapani) e Ponte Barca (Paternò, provincia Catania).
 

Articolo pubblicato il 06 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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