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Quotidiano di Sicilia

Tout va très bien Madame la Marquise
di Carlo Alberto Tregua

Torna il becero andreottismo 



Qualcuno ricorda la vecchia canzone francese del 1936 di Misraki, Pasquier e Allum, Tout va très bien madame la marquise, cantata da Ray Ventura? La marchesa chiede al suo fattore come vadano le cose nel castello. Questo gli risponde che tutto va bene... ma vi è stato un incidente, una sciocchezza: è morta la giumenta grigia. Ma tutto va bene...
Però, aggiunge il fattore, devo dirvi che essa è morta in un incendio che ha distrutto le stalle. Ma tutto va bene... Aggiunge il fattore: devo dirvi anche che le fiamme hanno attaccato il castello, che è andato in rovina. E il signor marchese si è suicidato. Ma tutto va bene... Così è morta la giumenta. Ma tutto va bene, Madama la Marchesa.
Sono passati 82 anni e anche nel nostro Paese sembra che tutto vada bene, mentre serpeggia fra la popolazione l’incendio del malcontento, quel malcontento che si è riversato nei voti raccolti dal Movimento 5 stelle, scelto dal 32% dei votanti e in quelli della Lega con quasi il 18%.
In pratica, la metà di chi si è recato alle urne ha protestato vibratamente contro il malcostume, la corruzione e la pochezza di un ceto politico e burocratico arroccati sui propri privilegi, infischiandosene dei veri bisogni della gente.
 
Il ceto politico ha trovato l’aberrante soluzione di modificare la legge elettorale semi-maggioritaria in una totalmente proporzionale, facendo ritornare di fatto l’andreottismo che tanti danni ha procurato all’Italia.
Ricordiamo i comportamenti di continuo compromesso, le riunioni di caminetto dove pochi stabilivano tutto. Elementi che hanno portato al disastro economico il Paese, culminato nella legge di bilancio approvata dal Governo Amato, veramente lacrime e sangue, che comportò un taglio di ben 92 mila miliardi di lire, prelevando persino i soldi dai conti correnti bancari dei cittadini.
La storia non insegna nulla, contrariamente a quanto si dice, e a distanza di un quarto di secolo siamo punto e a capo come accade nel Gioco dell’oca.
Dopo il 4 marzo, si è aperto il teatrino andreottiano, con i suoi rituali, cui assistono i cittadini esterrefatti dall’impudenza di questi omuncoli che, per la verità, sembra non sappiano cosa fare.
 
La confusione è totale: Di Maio dice che ha vinto le elezioni ma non può mettere a profitto la propria vittoria perché gli mancano i numeri in Parlamento. Salvini dice che ha vinto con la sua coalizione le elezioni, ma anch’egli non ha potuto mettere a profitto i propri voti.
Il Partito democratico è nell’angolo e non riesce a leccarsi le ferite, né ha tratto giovamento dalla sonora sconfitta perché all’interno c’è chi parla di una nuova scissione, facendo evaporare il derivato del glorioso partito fondato da Antonio Gramsci.
Tutti confidano nel Presidente Sergio Mattarella, ma egli non può fare miracoli se non tracciare con il suo carattere prudente ma deciso la linea: incarico a chi ha i numeri in Parlamento, ovvero scioglimento delle Camere.
C’è, però, una terza ipotesi: chiamare una personalità al di sopra delle parti e imporre a tutti, come fece a suo tempo Napolitano, di appoggiarlo per approvare una legge elettorale maggioritaria e affrontare le scadenze obbligatorie come il Def, la manovra correttiva di bilancio, nonché il completamento di quelle riforme in corso, rimaste in asso e quindi non funzionanti.
 
Purtroppo, il Presidente della Repubblica non ha gli strumenti costituzionali per fare coattivamente quanto descritto, però gode di un grande prestigio personale e può portare all’opinione pubblica l’impossibilità di formare un Governo, dato che i tre poli hanno programmi molto diversi. Di fronte allo scioglimento delle Camere, per rivotare con la stessa sciagurata legge elettorale, diventa quasi obbligatorio il conferimento dell’incarico a un presidente del Consiglio terzo.
Mentre tutto questo accade, l’economia rallenta e con essa la ripresa, l’esportazione perde colpi, il Sud arretra, le infrastrutture per aiutarlo a decollare non si fanno, la disperazione e la povertà crescono.
Il tempo non è una variabile indipendente, ma questo Salvini, Di Maio e Martina non l’hanno capito. Sono passati 36 giorni e ancora siamo all’alba della soluzione.
E intanto il Paese muore!

Articolo pubblicato il 10 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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