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Giornalismo, Borrometi nel mirino della mafia
di Redazione

Il clan Cappello, su richiesta del boss Giuliano, pianificava l'omicidio del cronista per sue inchieste nel Siracusano. Le intercettazioni, "Ogni tanto un murticeddu vedi che serve". L'unanime solidarietà e la telefonata del premier Gentiloni

Tags: Paolo Borrometi, Mafia



Il clan catanese dei Capello, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, "stava per organizzare un'eclatante azione omicidiaria" per "eliminare lo scomodo giornalista" Paolo Borrometi per le sue inchieste sul territorio.
 
Lo scrive il Gip Giuliana Sammartino nell'ordinanza che ha portato all'arresto di 4 persone per un attentato dinamitardo all'auto dell'avvocato Adriana Quattropani.
 
 
Oggi gli agenti del commissariato di Pachino hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere per minacce e danneggiamento al termine delle indagini, coordinate dalla dda di Catania e partite nel dicembre scorso dopo che un ordigno rudimentale aveva danneggiato l'auto dell'avvocato Adriana Quattropani mentre, in qualità di curatore fallimentare, stava ponendo i sigilli a una pompa di benzina a Pachino.
 
Gli arrestati sono Giuseppe Vizzini, 54 anni, e i figli Simone e Andrea, di 29 e 24 anni. I tre, ritenuti dagli investigatori vicini al clan capeggiato da Salvatore Giuliano, si trovano nel carcere di Bicocca, a Catania, mentre un quarto uomo, Giovanni Aprile, 40 anni, è attualmente ricercato.
 
Gli investigatori hanno ricostruito quanto accaduto in piazza Indipendenza grazie alle telecamere che riprendono le fasi dell'attentato, compreso l'acquisto di un accendino poco prima dell'esplosione.
 
Poi ci sono le intercettazioni telefoniche tra Giuseppe Vizzini e Salvatore Giuliano e alcune testimonianze
 
"Picca n'avi" ("Poco ne ha") dice proprio in un'intercettazione del gennaio scorso Vizzini riferendosi a Borrometi, direttore delta testata web la spia.it. Un mese dopo, il 20 febbraio, aggiungeva "Vedi ti ho minacciato di morte. Ormai siamo attaccati da un giornalista, droga, estorsione, mafia, clan, quello, l'altro...".
 
Vizzini, scrive il Gip nell'ordinanza, "commentava con i figli le parole di Giuliano il quale, forte dei suoi legami con i Cappello di Catania, per eliminare lo scomodo giornalista stava per organizzare un'eclatante azione". Un omicidio. Anzi, una "mattanza":

"Scendono una decina, una cinquina, cinque, sei catanesi, macchine rubate, una casa in campagna, uno qua, uno qua... la sera appena si fanno trovare, escono... dobbiamo colpire a quello, bum, a terra! E qua c'e' un iocufocu (fuochi d'artificio, ndr)! Come c'era negli anni 90, in cui non si poteva camminare neanche a piedi... Ogni tanto un murticeddu vedi che serve, c'e' bisogno, cosi' si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti i mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu...".
 
C'è "il comune interesse alla difesa della 'reputazione'" tra l'imprenditore Giuseppe Vizzini, arrestato per avere fatto mettere un ordigno nell'auto della curatrice fallimentare che stava per mettere i sigilli a un'area di servizio di Pachino, e il boss della zona Salvatore Giuliano. Lo scrive il Gip di Catania, sottolineando "la condivisione di propositi criminali" tra i due, nell'ordinanza: "Giuliano consigliava di farlo ammazzare". "Stu lurdusu" (Questo uomo sporco, ndr) dice Vizzini e Giuliano replica: "Lo so ... ma questo perché non si ammazza, ma fallo ammazzare, ma che cazzo ti interessa?".
 
Uno dei figli di Vizzini, Simone, anche lui arrestato, parla dell'ordigno fatto esplodere nell'auto dell'avvocatessa Adriana Quattropani, e lo fa, scrive il Gip, "infastidito dall'articolo scritto dal giornalista Paolo Borrometi che lo accusa di avere acquistato un accendino", alludendo all'attentato alla vettura della curatrice fallimentare, "negando ogni addebito sprezzante: 'Il fatto della bomba? E' vero - dice Simone Vizzini ascoltato dalla polizia - io l'ho comprato l'accendino e allora? Ne posso comprare 1.500 al giorno, poi ci può essere l'attentato. Le hai le prove che sono stato io a sparare la bomba? Prove non ce ne sono. A posto. Che cosa vuoi di più!".
 
Una valanga di solidarietà per il giornalista minacciato.
 
Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sentito Paolo Borrometi al quale ha espresso la sua solidarietà di fronte alle minacce mafiose emerse oggi da intercettazioni. Al giornalista il premier ha manifestato la vicinanza dello Stato nella lotta contro la criminalità organizzata e nella quotidiana battaglia della informazione per la legalità e la democrazia.

Articolo pubblicato il 10 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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