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Trattativa Stato-mafia: Di Matteo, "Riaprire indagini su stragi"
di Redazione

Secondo il pm "Probabilmente non furono compiute solo da uomini di Cosa nostra", accusa di "silenzio assordante" Csm e Anm e invoca un "pentito di Stato". Intanto infuriano le polemiche sulla sentenza. Fiammetta Borsellino, "Istituzioni coinvolte, Riina voleva papà morto". Enzo Scotti risponde a Di Maio, "Fu la Prima Repubblica a gettare le basi legislative dei successi contro i mafiosi". Durissimi gli avvocati degli ufficiali, "Sentenza ingiusta, carabinieri condannati per aver servito l'Italia. Rispettare i diritti della difesa senza pregiudizi e condizionamenti".

Tags: Di Matteo, Mafia, Stragi, Trattativa, Ros, Mori, Borsellino, Scotti



"Un input per la riapertura anche delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di 'Cosa nostra'".
 
Questo, secondo il pm della Dna Nino Di Matteo, il significato della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia,
 
"Ho sempre creduto - ha detto Di Matteo - nella doverosità di questo processo, qualunque esito avesse avuto. La sentenza emessa da una corte qualificata che in cinque anni ha dato spazio a tutte le prove dell'accusa e della difesa, non ci ha colto di sorpresa e ha messo un punto fermo importante sancendo che mentre la mafia, tra il '92 e il '93, faceva sette stragi c'era chi all' interno dello Stato trattava con vertici di 'Cosa nostra' e trasmetteva ai governi le sue richieste per far cessare la strategia stragista.  I carabinieri che hanno trattato sono stati incoraggiati da qualcuno. Noi non riteniamo che il livello politico non fosse a conoscenza di quel che accadeva. Ci vorrebbe un pentito di Stato, uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi".
 
 
"Quello che mi ha fatto più male - ha aggiunto Di Matteo - è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall' Anm e il Csm".
 
 
Dall'altra parte gli avvocati Basilio Milio e Francesco Antonio Romito, difensori dei tre ex ufficiali del Ros condannati per minaccia a Corpo politico dello Stato, hanno detto di considerare "ingiusta e coerente epilogo di un discutibile sviluppo del procedimento e del dibattimento" la sentenza della Corte di Assise di Palermo, II° sezione, che condanna gli ufficiali dei Carabinieri Subranni, Mori e De Donno.
 
"Aspetteremo le motivazioni e in appello chiederemo che, in applicazione della legge e dei principi della Costituzione, vengano assolti i tre ufficiali dei carabinieri, ingiustamente condannati per aver servito sempre l'Italia nella lotta contro la criminalità organizzata, a tutela della sicurezza delle istituzioni democratiche e della incolumità dei cittadini, con dedizione e spirito di sacrificio massimi, e con assoluta lealtà e rispetto delle istituzioni", aggiungono.
 
"Ma, - concludono - prima ancora, chiederemo un processo equo, nel pieno rispetto dei diritti della difesa e senza alcun pregiudizio o condizionamento di sorta".
 
Intanto la sentenza di Palermo sulla trattativa stato-mafia continua a suscitare aspre polemiche.

"Attesta il coinvolgimento a un altissimo livello di soggetti dello Stato con comportamenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare" afferma Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo ucciso dalla mafia nella strage di via D'Amelio.
"Un intero capitolo del processo Borsellino quater - continua la figlia del magistrato - è dedicato alla Trattativa come possibile movente dell'accelerazione dell'uccisione di papà. Totò Riina era determinato a uccidere mio padre, ma penso che l'accelerazione sia stata utile anche per altri apparati non appartenenti a Cosa Nostra che avevano interesse a eliminarlo. Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via D'Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell'agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, il 19 luglio in via D'Amelio, sono state sempre persone appartenenti ai carabinieri".
 
Intanto Enzo Scotti, presidente della Link University e ministro dell'Interno fra l'ottobre 1990 e il giugno 1992, afferma invece: "Nessun patto con la mafia. Fu la Prima Repubblica, quella che Di Maio dice sepolta dalla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, a gettare le basi legislative dei successi contro i mafiosi".
 
"Io avevo messo in guardia - ricorda quindi Scotti - la Commissione parlamentare antimafia, a marzo dopo l' uccisione di Lima, sul rischio di stragi. Dichiarai lo stato d' allerta. Non ebbi la benevolenza di alcuno, né in Parlamento né sulla stampa. Sembrava dovessi vergognarmi di avere evocato pericoli inesistenti, patacche".

"Della Prima Repubblica - osserva quindi Scotti dopo il commento di Di Maio secondo il quale la sentenza di Palermo "seppellisce la Prima repubblica" - fanno parte anche quei due anni che hanno prodotto gli strumenti che hanno consentito alla magistratura di fare passi molto forti contro la mafia. Penso alle misure sul patrimonio e ad altre che furono contrastate non solo dai fautori del lassismo ma da persone che non ci aspettavamo. Penso alle polemiche sulla creazione di Dia e Dna, sui collaboratori di giustizia".
"Contro Falcone, sulla Dna - aggiunge Scotti - ci fu un' ostilità diffusa dentro la stessa magistratura. I giudici di Palermo contestarono al ministero della Giustizia quella linea. Sul decreto dell' 8 giugno 1992 fu espresso al Senato un voto di incostituzionalità".

Articolo pubblicato il 22 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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