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Quotidiano di Sicilia

Cpi e Formazione si sconoscono
di Michele Giuliano

In Sicilia 65 Centri per l’impiego per 1.617 impiegati incapaci di trovare un lavoro ai 375.000 disoccupati isolani. Realizzare i corsi su segnalazione dei primi e trasferire i formati alle imprese 

Tags: Formazione, Sicilia, Lavoro, Centri Per L'impiego



Tanti, troppi disoccupati in Sicilia. Un quarto della popolazione attiva, il 21,4% non ha lavoro. Valori più che preoccupanti, soprattutto se si confronta questo valore a quello di altri territori italiani, uno su tutti la Lombardia, che si attesta su livelli di disoccupazione del 6,4%. Inutile dire che il primo pensiero va al ruolo dei Centri per l’Impiego, che dovrebbero servire ad avvicinare la domanda e l’offerta, e invece rimangono come un’isola deserta in mezzo al mare, staccati da tutta quella rete di imprese, associazioni di categoria, enti di formazione, che dovrebbero costituire la base per un rapporto prolifico e che porti a dei risultati effettivi di occupazione e non sia un mero e vuoto passaggio burocratico, che non porta fattivamente a nulla.
 
I dati legati alle attività degli uffici sono surreali: ogni dipendente siciliano ha sulle spalle una media di 648 utenti iscritti in un anno, quindi meno di due da gestirne al giorno, mentre in Lombardia ogni impiegato in media gestisce le pratiche di 1.481 iscritti.
 
Lo dice l’ultimo “Rapporto di monitoraggio sui servizi per il lavoro” dell’Isfol, l’istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori controllato dal ministero del Lavoro.
 
Altrove, come ad esempio in Campania, la regione con il maggior numero di iscritti, ogni dipendente gestisce oltre duemila utenti. La gestione di una pratica che, negli uffici siciliani, diventa la semplice compilazione di un modello, senza che ciò porti all’avvio di un processo effettivo di ricerca di lavoro. Ciò che rappresenta la domanda, e cioè imprenditori e associazioni di categoria non viene in alcun modo coinvolto né interpellato, e quindi la disponibilità che viene formalmente data da tanti giovani rimane una dichiarazione vuota su un foglio di carta.
 
Criticità che non sono affatto smentite dall’assessore regionale al Lavoro, Mariella Ippolito, anzi: “Per il rilancio dei centri per l’impiego è in corso il processo di riqualificazione da parte di Formez e comunque in attuazione del disposto del Decreto legislativo 150/2015 il Cpi costituisce il soggetto principale nel percorso di costruzione di qualsiasi azione di politica attiva. è inoltre in corso di definizione un percorso di costruzione di una rete di servizi pubblico-privato che incentiverà la qualità e quantità di servizi resi”.
 
Un disastro su tutti i fronti, quindi, se si collega l’inefficienza del sistema alla mole di persone che dovrebbero occuparsene: la Sicilia impiega da sola il 18,4 per cento del totale dei dipendenti dei centri per l’impiego italiani. A seguire la Lombardia e la Campania, con numeri già parecchio più bassi di quelli isolani, e cioè poco meno della metà dei dipendenti registrati in Sicilia. Se si guarda ai costi, poi, il quadro è desolante: per i 65 uffici disseminati su tutto il territorio regionale, si spendono circa 70 milioni di euro, come appurato da dati del ministero del Lavoro, facendo una media dei costi accertati in Italia.
 
“Il numero dei dipendenti dei centri per l’impiego – giustifica l’assessore Ippolito - è legato al fatto che la Regione Siciliana è la più popolosa; le regioni del Sud poi hanno un numero di utenti che è di gran lunga superiore a quello delle altre regioni”.
In realtà, però, il carico di lavoro nei Cpi siciliani è irrisorio come dimostrato dai dati di flusso, che individuano, nell’anno, quante Dichiarazioni di immediata disponibilità (Did) i Servizi per l’Impiego hanno dovuto affrontare.
 
Nel complesso della penisola il volume di Did presentate è stato di oltre 2 milioni e 500 mila unità. Da tale rapporto risulta all’Isfol che, mediamente, ogni operatore ha dovuto gestire 301 dichiarazioni di immediata disponibilità, con carichi di lavoro particolarmente onerosi per la Puglia (556), Lombardia (522), Provincia autonoma di Bolzano (513), mentre piuttosto esiguo in Sardegna (118), Sicilia (127), Calabria (157) e Umbria (158).
 

 
Il direttore di Confesercenti Sicilia, Michele Sorbera, dice la sua
 
Sulla incapacità dei centri per l’impiego di fare da tramite tra domanda e offerta di lavoro, e sul ruolo della formazione professionale abbiamo sentito Michele Sorbera, direttore di Confesercenti Sicilia.
Constatato che la formazione professionale in Sicilia non si è mai raccordata con gli enti datoriali per capire le reali necessità del mercato del lavoro, sarebbe favorevole all’inserimento - come obbligo per l’accreditamento - della certificazione di un raccordo con le organizzazioni di categoria per l’organizzazione dei propri corsi?
“La formazione deve necessariamente partire dalle esigenze e dalle richieste delle imprese. Una formazione che non tiene conto delle esigenze dell’imprese rischia di perpetuare l’inutile spreco di risorse pubbliche”.
Negli anni quali tipi di corsi sono mancati in Sicilia rispetto alle esigenze del mercato del lavoro?
“Intanto tutta la formazione destinata ad aggiornare, riqualificare e accompagnare al reinserimento lavorativo i dipendenti espulsi dal mercato dalla drammatica crisi. Inoltre, ormai da anni c’è piena consapevolezza del fatto che lo sviluppo turistico e delle tante attività ad esso collegate possa rappresentare una seria possibilità di sviluppo ed affermazione dell’economia siciliana, e ad oggi il sistema formativo regionale non è riuscito a dare alcuna significativa risposta”.
Le associazioni di categoria si rivolgono ai centri per l’impiego per proporre quali siano i profili professionali più ricercati nel mondo del lavoro?
“Confesercenti Sicilia crede molto nelle politiche attive del lavoro. Il rapporto con i Centri per l’Impiego è un rapporto fondamentale purtroppo ancora caratterizzato da una eccessiva burocratizzazione. Un rapporto snello, con procedure rapide e certe, tra impresa, associazione datoriale, disoccupato, centro per l’Impiego, ente di formazione, è fondamentale”.
 
 

 
 
Cpi, per otto iscritti su dieci un’attesa di almeno 1 anno
 
La mancanza di incisività dei centri per l’impiego sta in sè nei dati statistici. In pratica chi si iscrive in queste strutture diventa un disoccupato “storico”, infatti, nonostante ci si inserisca in lista, le possibilità di trovare lavoro sono ridotte al lumicino. Lo dice sempre l’Isfol che evidenzia come la quota di iscritti con Did attiva nello status di disoccupazione da più di 12 mesi è generalmente molto elevata (74,9%): ma è nei centri per l’impiego meridionali che raggiunge le percentuali più preoccupanti. Complessivamente, infatti, nel Sud e nelle Isole sono iscritti da più di 12 mesi quasi l’80 per cento di coloro che risultavano avere una Did attiva, valore di oltre 6 punti percentuali più alto di quanto rilevato nelle regioni del Centro e maggiore di circa 10 punti percentuali rispetto alle aree del Nord Italia.
Se si guarda, poi, al dettaglio provinciale degli iscritti per genere ed età, i dati confermano solo in parte le considerazioni fatte in merito all’analisi per area territoriale.
Per quanto, infatti, le regioni del Sud Italia segnino le percentuali di under 25 più elevate (in primis la Sicilia, col 20% degli iscritti con meno di 25 anni), anche altre regioni non appartenenti al meridione presentano un’elevata quota di giovani tra gli iscritti ai Cpi (in particolare Marche, Valle d’Aosta, Liguria e Provincia autonoma di Trento). Insomma, a dirla proprio tutta, chi entra nello status di disoccupati nei centri per l’impiego non ne esce più.
Quindi, è lecita la domanda, a cosa serve iscriversi? Avevamo interpellato l’assessorato regionale alla Formazione in merito per chiedere se fosse emersa la necessità di raccordare la formazione con il mondo datoriale che conosce da vicino le esigenze reali del mercato del lavoro.
I Cpi, a nostra parere, potrebbero in questo senso essere anche sfruttati ma anche loro non hanno alcun obbligo di raccordo con le organizzazioni di categoria e i sindacati. Dall’assessorato però, ad oggi, non è arrivata alcuna risposta.
 

Articolo pubblicato il 24 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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