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Quotidiano di Sicilia

"Che bello, mi sveglio e non vado a lavorare"
di Carlo Alberto Tregua

Il lavoro si festeggia lavorando 



La mentalità delle giovani generazioni italiane continua a declinare, il lavoro per molti di loro costituisce un optional. Ma pensano, per converso, che lo stipendio sia un diritto. Così il Paese continua la sua lenta discesa.
Qualche giorno fa sentivo alla radio un giovane intervistato per strada che diceva: “Che bello, domani mi sveglio e non vado a lavorare; dopodomani, che pena”. Ecco, il lavoro considerato una pena o penitenza perché si dovrebbe sempre stare in festa, bighellonare, gozzovigliare, fornicare ed altre attività più o meno piacevoli.
La incultura del ‘68, a cinquant’anni di distanza, continua a mantenersi vivace, anzi acquisisce sempre nuovi adepti.
Che dopo una settimana di fatica, si abbia il diritto di riposarsi, di svagarsi, di stare meglio e di più con i propri figli e con i propri genitori, fa bene perché consente di recuperare le fatiche lavorative. Ma che la domenica sera o l’indomani di uno dei nefasti giorni festivi infrasettimanali si debba essere rammaricati di dover tornare al lavoro, è una condizione mentale anomala in un Paese dove tutti i cittadini devono contribuire al benessere generale.
 
Il Primo maggio è stata posta in rilievo la questione della sicurezza sul lavoro. Bene hanno fatto i sindacati a evidenziarla, e soprattutto a urlarla con il segretario nazionale della Uil, Carmelo Barbagallo, nostro conterraneo.
È vero che la sicurezza nelle imprese è costosa, anche perché comprende decine di adempimenti formali del tutto inutili alla sicurezza stessa. Se essi fossero cancellati con un colpo di spugna, la sicurezza migliorerebbe. Non è vero, però, che la sicurezza sia un costo, in quanto essa produce un ambiente più sereno e tranquillo, nel quale aumenta la produttività e quindi la ricchezza che viene fuori dai processi aziendali.
Quindi, la sicurezza è un fattore positivo e tutte le imprese che hanno buon senso dovrebbero curarla in modo particolare, pur privata, come si diceva, dagli inutili orpelli, cosa che purtroppo non accade.
La responsabilità primaria è del legislatore che approva norme e procedure inutilmente complicate. Poi vi è la corresponsabilità dei dirigenti, che non applicano severamente le leggi e, infine, una forte carenza dell’Organo di vigilanza.
 
Fare il mestiere di controllo degli ispettori del lavoro è faticoso perché quando entrano in un’azienda spesso avvertono un ambiente ostile. Così non è in quelle aziende ove tutto è in regola. Ma gli accertamenti hanno dimostrato, nel 2017, che quasi due terzi delle imprese controllate non erano a norma.
Ora, bisogna distinguere le violazioni sostanziali da quelle formali. Le prima vanno represse senza indugio e con la massima severità. Le seconde vanno eliminate attraverso la riformulazione delle leggi, per evitare gli inutili formalismi.
Poi vi è la questione della sicurezza degli immobili utilizzati dagli enti pubblici e dei dipendenti degli stessi. Non ci risulta che gli ispettori del lavoro vadano a controllare un Comune, una Provincia o un ufficio statale. Se lo facessero, troverebbero tutti i sistemi degli immobili non a norma e le attività di molti dipendenti che violano palesemente la legge.
Ma, si sa, cane non mangia cane, per cui le violazioni della sicurezza negli enti pubblici non esistono, almeno a giudicare dall’assenza del verbale di contestazione.
 
“Che bello, domani mi sveglio e non vado a lavorare”. Questo è il sintomo più evidente della carenza di passione per il proprio lavoro, anche quando non piace, di comprensione che se non si compie per intero il proprio dovere non si può reclamare alcun diritto.
E invece stiamo vivendo questi ultimi trent’anni all’insegna dei Diritti urlati, Doveri taciuti, titolo dell’ultimo mio libro.
Una grave responsabilità di chi amministra le Pubbliche istituzioni che dovrebbero ricordare, un giorno sì e l’altro pure, come invece sia indispensabile prima fare il proprio dovere e poi reclamare il proprio diritto.
Ma questo ordinato modo di pensare e di fare non piace ai cittadini, soprattutto a quelli cialtroni che approfittano del disordine istituzionale per trarre profitto indebito, evadendo le imposte e facendo circolare sommerso, un fango che intorbida le acque e inquina i rapporti istituzionali.

Articolo pubblicato il 03 maggio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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