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Statuto ridotto a carta straccia
di Patrizia Penna

In Sicilia si sono succeduti governi di ogni colore politico ma l’Autonomia continua a tutelare i privilegiati. Prerogative disattese o abusate, così com’è serve solo ai soliti noti 

Tags: Sicilia, Statuto Autonomia, Gaetano Armao



PALERMO - Lo Statuto speciale siciliano è uno di quegli argomenti in grado di accendere gli animi. Un tema che da sempre divide e sul quale si sono espressi intellettuali, politici, ma anche personaggi più o meno noti dello spettacolo, siciliani e non.
 
La diatriba è sostanzialmente incentrata sul fatto di meritare o meno l’Autonomia, più nello specifico sul gap esistente tra teoria e pratica, cioè tra quello che l’Autonomia dovrebbe essere, e quello che invece è in realtà.
 
La percezione dell’abisso esistente tra le nobili prerogative dell’Autonomia e lo scempio che invece ne è stato fatto e a cui assistono ormai inermi i siciliani, ha spinto molti a sperare in un superamento in toto della specialità.
 
Dall’altra parte, invece, c’è chi mette sotto accusa non il principio in sé ma l’abuso che ne è stato fatto.
 
In mezzo ci sono i fatti, incontrovertibili: in Sicilia si sono succeduti governi di ogni colore politico ma il volto, insopportabile, dell’Autonomia è rimasto sempre lo stesso: quello del privilegio riservato a pochi e “pagato” dai molti, quello dello spreco, dei clientes, dell’abuso e dell’autoreferenzialità.
 
L’Autonomia non ha reso grande la Sicilia, eppure le potenzialità c’erano e ci sono tutte. Prodotto interno lordo, occupazione, turismo, investimenti, infrastrutture: se si prendono in esame i principali dati macroeconomici, la nostra Isola appare agli ultimi posti delle classifiche nazionali ed europee.
 
La politica, con proclami destituiti di ogni fondamento, in questi anni, ci ha raccontato una Sicilia che non esiste.
Le fonti ufficiali, quali Istat, Bankitalia, ci hanno sempre riportato sulla terra, obbligandoci a fare i conti con la triste realtà. La Sicilia è terra di contraddizioni: una terra ridotta alla fame che nel 2017, secondo Eurostat, ha fatto registrare un tasso di disoccupazione pari al 21,5%, cioè oltre il doppio della media Ue (7,6%) ma che si permette di pagare pensioni agli ex dipendenti regionali per 658 milioni di euro: l’importo medio delle pensioni è di 37.363 € contro i 23.467 € degli ex dipendenti del comparto pubblico della Lombardia.
 
I dipendenti della Regione siciliana, poi, vantano una retribuzione media di 38.547 € contro i 30.695 € degli omologhi ministeriali. La malapolitica ha causato un’elefantiasi irreversibile della Pubblica amministrazione.

Il costoso Parlamento siciliano “sforna” leggi che nella maggior parte dei casi vengono puntualmente impugnate da Roma e che servono poco ai siciliani dal momento che nessuna iniziativa legislativa degli ultimi anni è riuscita ad imprimere una svolta. L’unica legge utile, si fa per dire, è quella da cui sono gli stessi deputati ad aver tratto giovamento: parliamo della l. 44/65 sull’equiparazione dei parlamentari regionali ai senatori, con tutti i privilegi che ne scaturiscono.
 
C’è una consapevolezza che accomuna però le due visioni opposte, e cioè che così com’è lo Statuto speciale non serve ai siciliani.
 
 


GAETANO ARMAO: “OPPORTUNO CHIEDERSI SE SIA ANCORA UTILE L’AUTONOMIA, MA RESTO OTTIMISTA”
 
Autonomia: cosa è in questo momento e cosa invece lei vuol far diventare?
“Bisogna premettere che le Regioni speciali, già da tempo differenziate al loro interno, risultano profondamente diversificate, quelle del nord da una parte e le insulari meridionali dall’altra, soprattutto per quella che viene ritenuta una delle principiali peculiarità: l’autonomia finanziaria, che è il cuore dell’autogoverno; come diceva Sturzo “senza autonomia finanziaria non c’è autonomia”. L’oblio dell’autonomia è dovuto soprattutto all’agonia dell’autonomia finanziaria, alimentata dalla gestione del precedente Governo Crocetta. Un’altra sfida al profondo malessere della specialità siciliana in atto è stata sicuramente posta dalla riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi che intendeva incidere sull’ordinamento regionale, ma che il referendum del 4 dicembre 2016 ha respinto con ampia messe di consensi, soprattutto in Sicilia. Il testo di riforma costituzionale prevedeva, tra le altre cose, l’immediata omologazione tra Regioni ordinarie e speciali. Dalle urne, quindi, è emersa la volontà popolare, tuttavia resta immutata l’esigenza di una profonda rivisitazione degli statuti speciali, non più imposta dalla revisione costituzionale, ma determinata dall’obiettiva esigenza di modernizzazione delle autonomie differenziate nel solco del divenire dell’ordinamento europeo ed interno. L’esito del referendum ha posto una pietra tombale sulle tendenze alla centralizzazione e riaperto la discussione sul riaffermarsi delle autonomie.
Dal baratro nel quale è caduta l’autonomia siciliana non si fuoriesce certamente rinunciando alla specialità, seppure parte della dottrina e della pubblicistica si muovano in questo senso. Occorre riconsiderare allora il “patto” della Sicilia con l’ Italia nel contesto della nuova fase del regionalismo dopo l’esito del referendum, in una prospettiva che tenderà ad estendere i regimi di differenziazione utilizzando le previsioni dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.
Non resta quindi che auspicare un profondo riassetto istituzionale della Sicilia, rafforzando e rilanciando l’autogoverno nel solco di quel fiume carsico ormai emerso che percorre l’intera Europa.
In Sicilia si sono succeduti governi di ogni colore politico ma il volto, insopportabile, dell’Autonomia è rimasto sempre lo stesso: quello del privilegio riservato a pochi e “pagato” dai molti, quello dello spreco, dei clientes, dell’abuso e dell’autoreferenzialità. Lei resta ottimista?
“È vero, troppo spesso lo Statuto è stato utilizzato da classi dirigenti spregiudicate e accompagnate da un basso livello di controllo sociale che non è riuscito a contrastare, per un verso, i molteplici tentativi di compressione della specialità e di progressiva riduzione di trasferimenti, per altro verso, la degenerazione di clientele e privilegi per i titolari di quella intermediazione parassitaria che ha riguardato la politica, la burocrazia, ma anche ampi settori del sindacato e delle associazioni imprenditoriali. Credo sia utile ed opportuno chiedersi se l’autonomia sia ancora utile ai siciliani e di quali riforme necessiti per accrescerne il rendimento istituzionale. Sicuramente, come già detto, permane intatta l’esigenza di una profonda riforma dell’autonomia differenziata e del riparto di competenze nel mutato contesto istituzionale e socio-economico nazionale ed europeo. L’obiettivo è l’autogoverno quale strumento “inclusivo” per garantire il diritto all’innovazione ed a politiche di sviluppo, e non per gestire un’agonia attraverso ormai insostenibili misure “estrattive” di tipo clientelare. Con l’accentramento e lo smantellamento dell’autonomia si avvierebbe un percorso sostanzialmente opposto, non solo riguardo alla storia della Sicilia, ma anche rispetto a quello che sta avvenendo in Europa: nel Regno Unito, in Belgio, Spagna, dove le Regioni reclamano e ottengono livelli crescenti di autogoverno. Bisogna evolvere verso forme diverse e nuove di autodeterminazione come evidenziano le altre esperienze europee che rinvengono, anche nella grande questione dell’insularità e della dimensione frontaliera, le ragioni di un peculiare modello di autogoverno.È quindi l’insularità, nella prospettiva di un’Europa rafforzata, la nuova dimensione nella quale “risignificare” l’autonomia di una Regione come la Sicilia che guarda al Mediterraneo, alle enormi sfide che nuovi assetti sociali, culturali, economici e demografici imporranno al vecchio continente.
Quindi si, resto ottimista, a condizione che accanto alle permanenti ragioni che hanno giustificato l’autonomia speciale siciliana, si aggiunge una questione ulteriore che trova nell’ordinamento europeo la sua compiuta declinazione: la condizione di insularità. La Regione siciliana ha infatti inserito nella legge di stabilità, appena approvata e da me proposta, degli interventi di competenza regionale per il riconoscimento della condizione di insularità a livello comunitario, al fine di realizzare una compiuta ed effettiva continuità territoriale e la piena integrazione nelle reti e nei sistemi europei dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’energia”.
 

Articolo pubblicato il 11 maggio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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