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Governo: "contratto" pronto, trattativa boh
di Redazione

Di Maio e Salvini hanno tempo per discutere fino a lunedì, quando dovranno salire al Colle. I nodi ancora irrisolti dell'accordo tra leghisti e grillini. I timori per la reazione dei mercati e il Cencelli 2.0

Tags: Di Maio, Salvini, Governo, Mattarella, Ministri, Premier, Contratto, Europa



Nuovo vertice, la notte scorsa, tra Di Maio e Salvini per limare ulteriormente il "contratto" e discutere del premier.
Sembra ormai tramontata l'ipotesi di un soggetto terzo ma non quello della "staffetta": Di Maio vorrebbe cominciare lui, ma Salvini si irrigidisce.
 
Intanto la scadenza di lunedì per discutere con il Capo dello Stato sulla struttura dell'esecutivo si avvicina e certamente Mattarella non mancherà di sottolineare la necessità di non far perdere credibilità all'Italia in ambito Ue con proposte che mettano a rischio la tenuta dei conti e che appaiono del tutto incompatibili con i vincoli europei.
 
 
Che il "contratto" di Governo tra Leghisti e Grillini altro non sia che una manciata di fogli - quaranta - da agitare per dar corpo a un accordo ancora difficile lo avevano fatto presagire proprio le parole di qualche giorno fa del presidente Sergio Mattarella: "Non leggo bozze ma soltanto testi definitivi".
 
E anche sui "testi definitivi" ci sarebbe, probabilmente, da discutere, visti che troppi e troppo rilevanti sono alcuni nodi ancora irrisolti del "contratto".
 
A guidicare dalle indiscrezioni un'intesa tra i due opposti populismi sarebbe stata raggiunta, finora, sull'euro.

In realtà un non-accordo: no all'uscita dalla moneta unica, no al referendum e una linea da decidere di volta in volta con i partner europei.
 
Passati reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della Fornero - senza indicare però come finanziare questi costosissimi provvedimenti -, un taglio drastico dei costi della politica con annessa riduzione del numero dei parlamentari e la battaglia sulle pensioni d'oro.
 
Passa persino l'obbligatorietà dei vaccini, mentre resta ancora controversa la questione sui migranti.
 
Per il momento, insomma, una manciata di fogli da agitare.
 
Anche perché, a settanta giorni dalle elezioni, i due partiti "vincitori" della competizione hanno ancora da definire la fondamentale linea da tenere nei confronti dell'Unione europea, soprattutto dopo che alla diffusione delle prime bozze del "contratto" hanno suscitato sui mercati finanziari reazioni tutt'altro che incoraggianti: spread sopra quota 150 e borsa giù del 2,3%.
 
Insomma, il governo "rivoluzionario" mostra di avere i medesimi timori di quelli tradizionali, la politica "urlata" evidenzia tutti i problemi a mantenere le sue promesse estreme e ogni compromesso del "contratto" rischia di non reggere al banco di prova della "votazione" sulla Piattaforma Rousseau da parte della base grillina.
 
E mentre si inneggia all'abbandono della ritualità della politica, spiegando con sussiego che non si discute più di poltrone, i cronisti parlamentari rivelano, citando diverse fonti di area M5S, un metodo condiviso da Di Maio e Salvini: se a capo del governo andasse il primo, i ministri sarebbero venti e le deleghe importanti - dall'Interno, alla Difesa, dall'Economia al Lavoro) andrebbero alla Lega. Viceversa se a Palazzo Chigi andasse Giancarlo Giorgetti del Carroccio, sarebbero i pentastellati a incassare il maggior numero di ministeri "pesanti".
 
Insomma, si sta scrivendo un Manuale Cencelli 2.0.

Articolo pubblicato il 17 maggio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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