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I GialloVerdi sbianchettano il Sud
di Carmelo Lazzaro Danzuso

Il Contratto di Governo tra Movimento 5 stelle e Lega non prevede strategie per colmare il gap Nord-Meridione. Italia a due velocità senza investimenti mirati alla crescita del Mezzogiorno

Tags: Lega, M5s, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte



ROMA -“Avere un ministro per il Sud è stato un gesto di grande attenzione. Ancora oggi non riusciamo a utilizzare appieno i fondi destinati al Mezzogiorno. L’opera di razionalizzazione di questi fondi sarebbe un primo passo avanti”. Con queste poche parole il neo presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, ha toccato l’argomento Mezzogiorno nel discorso che gli è valso la fiducia della Camera dei deputati.

Il premier ha dunque fatto un breve accenno al ministro Barbara Lezzi, leccese in quota Movimento 5 stelle, scelta proprio per gestire questo delicatissimo dicastero. Anche se, stando ai fatti e tralasciando le parole, non sembra che il nuovo esecutivo nato dall’intesa tra pentastellati e Lega (ex Nord) abbia un serio progetto per venire a capo della cosiddetta Questione meridionale.
 
 
Per comprendere il perché di questa affermazione è necessario fare un passo indietro, ai tormentati giorni della campagna elettorale pre 4 marzo. Già allora, con un’inchiesta dal titolo “Elezioni: Sud ignorato dai partiti” ci eravamo soffermati sulla generalizzata superficialità con cui i programmi presentati dalle forze politiche trattassero (o addirittura omettessero) le criticità legate al Mezzogiorno.

Nello specifico, il programma del Movimento 5 stelle e del candidato premier Luigi Di Maio non accennava minimamente al Sud. Vero è che uno dei venti punti indicati dai rappresentanti pentastellati per il Paese parlava genericamente di investimenti produttivi pari a 50 miliardi destinati a settori strategici (“Puntiamo su innovazione, energie rinnovabili, manutenzione del territorio, contrasto al dissesto idrogeologico, adeguamento sismico, banda ultra larga, mobilità elettrica”), ma non vi era alcuna menzione al gap economico e infrastrutturale fra le due parti dell’Italia.
 
Molto più chiare, invece, le intenzioni di Matteo Salvini e della Lega (allora in squadra con Forza Italia di Silvio Berlusconi e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) che nel “Programma in dieci punti” presentato per le Politiche del 4 marzo affrontava la Questione meridionale al punto 2 del documento, intitolato “Meno Stato invadente, più Stato efficiente, più società”. Si parlava di uno specifico “Piano per il Sud”, che prevedeva “sviluppo infrastrutturale e industriale del Mezzogiorno” e un utilizzo “più efficiente dei Fondi europei con l’obiettivo di azzerare il gap infrastrutturale e di crescita con il resto del Paese”.
 
Sappiamo tutti com’è andata a finire: nessun vincitore dopo il voto, settimane di consultazioni al Quirinale, strappo tra Salvini ed ex alleati, contatto e Contratto di Governo M5s-Lega, ancora consultazioni, sorpresa Conte, caos Savona e, infine, quando nuove elezioni sembravano ormai dietro l’angolo, nascita del nuovo Governo.
 
Ma con quali prospettive per il Sud? Buone, stando alle parole di Conte. Peccato che, analizzando nel dettaglio il Contratto di Governo dei GialloVerdi, qualche perplessità nasca spontanea. Nonostante nel documento vi sia un paragrafo chiamato Sud, non si può certo affermare che in esso siano condensate profonde e dettagliate strategie politiche. “Con riferimento alle Regioni del Sud – recita il testo - si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio ‘Mezzogiorno’, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud”. Come dire: ci rendiamo conto del grave divario (soprattutto economico e infrastrutturale) in cui versano le regioni del Sud del Paese, ma per esse non prevediamo nulla di specifico.
 
Un rischio, soprattutto se si considera come l’Italia, negli ultimi decenni, sia cresciuta a due velocità, con una parte di essa, il Nord, a fare da locomotiva grazie a investimenti vincenti (e ingenti) e un tasso infrastrutturale degno dei partner europei, e un’altra, il Sud, a fare da vagone, con le sue potenzialità inespresse e i giovani di talento costretti a emigrare per produrre in altre zone del Paese o del Mondo.
 
Le parole (giovedì Di Maio ha promesso che sarà riservato “occhio specifico al Sud Italia, per far crescere anche il Nord, perché il Nord non può tirare da solo se non risolviamo la questione delle regioni del Sud”) lasciano ormai il tempo che trovano, dopo decenni di tiritere che, seppur recitate da soggetti diversi, hanno portato gli stessi, deludenti, risultati.
 
Questo “Governo del cambiamento” dovrà presto dedicarsi ai fatti, magari integrando la propria proposta per il Mezzogiorno con strategie concrete che puntino su massicci investimenti e rilancio dell’occupazione nelle zone d’Italia rimaste più indietro. Appena qualche riga nel Contratto, rischia di trasformare questo annunciato “cambiamento” in una bolla di sapone.
Un peccato, perché soprattutto in Sicilia, di “rivoluzioni” mancate ne sappiamo già qualcosa.
 

Articolo pubblicato il 09 giugno 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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