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Quotidiano di Sicilia

In Sicilia gettito fiscale inadeguato
di Lucia Russo

Banca d’Italia: la nostra Regione non sfrutta la specialità come le altre a Statuto speciale del Settentrione. La principale fonte di variabilità è rappresentata dall’Irap, che pesa per oltre il 50%

Tags: Banca D’Italia, Irap, Statuto



PALERMO - I dati di gettito degli enti territoriali, aggregati per regione (di cui si trova un esame dettagliato nel volume “Mezzogiorno e politiche regionali” a cura della Banca d’Italia) forniscono l’immagine di una profonda dicotomia fra il Nord e il Sud del paese, con gli enti delle regioni meridionali e insulari che si collocano generalmente nei quintili più bassi della distribuzione delle entrate tributarie pro capite per tutti i livelli di governo decentrati . Fanno eccezione Sicilia e Sardegna quando si considera il livello regionale: trattandosi di Regioni a statuto speciale (Rss), i due enti beneficiano di un ammontare di risorse decentrate di gran lunga più elevato rispetto alla media delle Regioni a statuto ordinario (Rso). La dicotomia Nord-Sud si ripropone in ogni caso anche all’interno delle Regioni a Statuto speciale, essendo le entrate pro capite di Sicilia e Sardegna pari, in media, a circa la metà di quelle delle Regioni a statuto speciale settentrionali.

Un esame più approfondito della struttura delle risorse fiscali degli enti decentrati consente di individuare quali sono i tributi la cui distribuzione è più irregolare sul territorio. Con riferimento alle Regioni, risulta che la principale fonte di variabilità è rappresentata dall’Irap, che pesa per oltre il 50 per cento delle entrate tributarie totali (la quota sale a tre quarti se si escludono le entrate devolute alle Rss). Tale tributo è fra i più sperequati geograficamente, soprattutto se si guarda alla componente prelevata sul settore privato: quest’ultima fornisce un gettito pari a circa 760 euro pro capite in Lombardia a fronte dei 140 prodotti in Calabria, mentre la Sicilia è a 189 euro. Le entrate tributarie delle Province si distribuiscono in misura più omogenea di quelle regionali; difatti, il presupposto impositivo di circa i due terzi dei tributi provinciali è il possesso di un’automobile, che presenta caratteristiche di minore difformità sul territorio. Per quanto riguarda, infine, le risorse fiscali dei Comuni si osserva una pronunciata variabilità dell’Ici, che pesa per circa il 60 per cento sulle entrate tributarie totali: in termini pro capite il valore più elevato, pari a 316 euro, si registra in Liguria ed è oltre il triplo del gettito prodotto dall’insieme dei Comuni calabresi.
 
La Sicilia è messa un pò meglio con 113 euro pro capite. In sintesi, i tributi assegnati agli enti territoriali si caratterizzano per una distribuzione geografica sbilanciata a favore degli enti del Centro Nord, riflettendo la maggiore densità produttiva e i livelli di reddito più elevati di tali aree. Ci chiediamo - è scritto nel volume a cura della Banca d’Italia -  se e come le differenze regionali nel livello delle entrate tributarie possano essere influenzate dai comportamenti degli amministratori locali. La questione dell’autonomia impositiva locale riguarda i poteri degli enti di apportare variazioni al gettito dei tributi di loro competenza attraverso la manovra delle aliquote o l’ampliamento delle basi imponibili (basato sul contrasto all’evasione fiscale). Anche sotto questo aspetto esistono profonde differenze territoriali.
 

 
Tributi decentrati. Lo possibilità di variare le aliquote
 
Nell’attuale ordinamento la possibilità di variare le aliquote dei tributi decentrati, all’interno di margini fissati dal legislatore nazionale, costituisce la principale manifestazione dell’autonomia impositiva locale.
Le Regioni possono, ad esempio, variare l’aliquota dell’Irap di un punto percentuale in aumento o in diminuzione rispetto all’aliquota base applicata ai soggetti del settore privato, eventualmente differenziando per settori di attività economica. Altri aspetti qualificanti dell’autonomia impositiva regionale riguardano la possibilità di fissare l’aliquota dell’addizionale all’Irpef (fra lo 0,9 e l’1,4 per cento) o di incrementare l’importo delle tasse automobilistiche (fino al 10 per cento annuo). Per le Province, la facoltà più rilevante riguarda la possibilità di maggiorare l’importo dell’imposta di trascrizione (fino al 30 per cento rispetto alla misura base). Con riferimento, infine, ai Comuni, gli spazi di intervento con maggiore effetto sui bilanci riguardano la possibilità di variare le aliquote dell’Ici (fra il 4 e il 7 per mille, con diversificazioni a seconda della tipologia immobiliare) e dell’addizionale all’Irpef (tributo facoltativo, la cui aliquota può essere fissata entro il limite massimo dello 0,8 per cento).

Articolo pubblicato il 23 gennaio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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