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Suolo divorato e le città cadono a pezzi
di Rosario Battiato

Ispra: in Sicilia la superficie consumata è cresciuta di quasi 600 ettari in un anno. Si continua a costruire, mentre ci sono 130 mila edifici a uso abitativo vuoti o fatiscenti. Incentivi ignorati: abbattere e ricostruire gli immobili per far ripartire l’ediliza rispettando l’ambiente 

Tags: Ispra, Cementificazione



PALERMO – Per il ministro dell’Ambiente Costa la legge sul consumo di suolo è una priorità – “il mio dicastero si farà garante affinché la legge sul consumo di suolo proceda il più velocemente possibile”, ha dichiarato nei giorni scorsi – e ci sono aree del Paese che ne avrebbero particolarmente bisogno. Non certo la Lombardia, che proprio in questi giorni sta provvedendo in autonomia con un provvedimento, già approvato in Giunta, che di fatto è un primo passo verso l’obiettivo consumo zero, ma certamente per la Sicilia che resta, secondo i dati Ispra, una delle realtà che ha maggiormente contribuito alla crescita nazionale del consumo di suolo negli ultimi anni.
 
Se ne è discusso nel corso di un convegno palermitano del “Forum nazionale salviamo il paesaggio” che ha evidenziato come la Sicilia, pur detenendo un patrimonio edilizio di 1,7 milioni di edifici a uso abitativo e circa 130 mila che sono censiti come vuoti o inutilizzati, continui a incrementare, anno dopo anno, il proprio consumo di suolo, cioè la cementificazione del territorio.
 
Nel 2016, stando ai dati dell’ultimo rapporto Ispra in materia, la Sicilia rientra tra le 15 regioni nazionali che hanno superato il 5% di consumo di suolo, avendo raggiunto un dato pari al 7,18%. Riescono a fare peggio Lombardia e Veneto (oltre il 12%), ma anche Campania (oltre il 10%), Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria, con valori compresi tra l’8 e il 10%.
 
In termini assoluti, il consumo di suolo siciliano ha raggiunto 184.784 ettari, con un incremento pari allo 0,32% tra il 2015 e il 2016, un avanzamento che risulta il più elevato d’Italia, battuta anche la Campania, e al di sopra della media nazionale. Un dato, quest’ultimo, che si traduce in valore assoluto in 585 ettari consumati, il secondo più elevato d’Italia dopo quello della Lombardia (648).
 
In Sicilia le aree maggiormente coinvolte hanno un nome e cognome: si tratta delle fasce costiere del sud, aree che vedono i dati regionali tra i più elevati in assoluto. La percentuale di consumo di suolo rispetto alla distanza dalla linea di costa su base regionale, entro i 300 metri, arriva in Sicilia al 28,7% (23,2% la media nazionale). Non cambia di molto la casistica relativa alla zona compresa tra 300 metri e un chilometro, con l’Isola che si spinge a 24,8% (19,6%), e quella tra uno e 10 chilometri (10,6% contro 9,3%).
 
Superiori alle varie medie nazionali sono anche i valori che riguardano l’incremento percentuale registrato tra il 2015 e il 2016, con la Sicilia che ottiene il risultato più elevato (+0,45%) entro i 300 metri e il secondo più elevato tra i 300 metri e un chilometro (+0,24%). In entrambi i casi il flusso siciliano si colloca oltre la media nazionale che si è fermata, in entrambi i casi a 0,15%.
 
Per il cemento siciliano non ci sono limiti, nemmeno di fronte al rischio naturale. Anche se circa il 90% dei comuni si trova nelle due più elevate fasce di rischio sismico, si continua a costruire al punto che nell’Isola si è registrata la seconda più elevata percentuale di territorio consumato nelle aree a pericolosità molto alta (6,2%). Riesce a fare peggio soltanto la Campania (6,8%), mentre al terzo posto si piazza la Calabria (5,9%).
 
Anche nella porzione relativa al suolo consumato in aree a pericolosità sismica alta la Sicilia ha toccato l’8,3%, circa un punto percentuale in più rispetto alla media nazionale (7,4%).
 
Tutto questo ha un costo ambientale, ma anche economico. L’Ispra ha realizzato una stima preliminare dei costi annui minimi e massimi dovuti al consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2016. Il valore medio registrato, pari a 766 milioni di euro, comprende i danni economici relativi a una serie di indicatori: stoccaggio e sequestro del carbonio, qualità degli habitat, produzione agricola, produzione legnosa, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, rimozione di particolato e ozono. Ogni ettaro di suolo consumato, in altri termini, vale tra 30 e 44.400 euro.
 
In Sicilia, stando ai dati dell’Ispra, questi numeri coinvolgono soprattutto la provincia di Trapani (oltre 10 milioni di euro di perdita di servizi ecosistemici), ma anche anche Messina e il ragusano (valori compresi tra 7 e 10 milioni di euro), mentre appena più contenuto il dato dell’area etnea, palermitana, siracusana e nissena (tra 4 e 7 milioni di euro). Tra 4 e 2 milioni le province di Enna e Agrigento.
Complessivamente, la mappatura dei costi economici associazioni alla perdita di servizi ecosistemici (costi complessivi) dovuti al consumo di suolo tra il 2012 e il 2016, calcolata in euro per anno, oscilla in Sicilia tra 42 e 66 milioni di euro.
 

Articolo pubblicato il 04 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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