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Vitalizi, politici siciliani chiusi a riccio
di Paola Giordano

La delibera Fico riaccende il dibattito all’Assemblea regionale siciliana che preferisce piuttosto pagare 18 milioni € l’anno a carico dei siciliani. Abolizione dei privilegi, solo proclami e fumo negli occhi dei cittadini: non si vedono i fatti 

Tags: Vitalizi, Sicilia, Roberto Fico



PALERMO - Tornano ciclicamente alla ribalta della cronaca eppure nessuno, fino ad ora, è riuscito mai ad abolirli con proposte concrete e condivise: sono i tanto amati (dai parlamentari) e tanto contestati (dai cittadini) vitalizi, un privilegio di cui godono tanti, troppi ex parlamentari. Si contano infatti a livello nazionale circa 2.600 vitalizi per un ammontare di 190 milioni di euro all’anno.
Il neopresidente della Camera, Roberto Fico, ha proposto una delibera per ricalcolarli, ora al vaglio dell’Ufficio di Presidenza della Camera, che non è piaciuta a tanti. La stessa Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha espresso dubbi sulla proposta.
 
Il dibattito nazionale ha riaperto la querelle anche in Sicilia. Qui, i vitalizi spettano a ben 324 ex deputati e costano alle tasche dei siciliani 18 milioni di euro.
 
 
Nel corso della precedente legislatura, i pentastellati siciliani avevano proposto al Consiglio di Presidenza dell’Ars di applicare la cosiddetta “delibera Di Maio” che equiparava le pensioni dei parlamentari a quelle dei comuni cittadini non prevedendo trattamenti pensionistici aggiuntivi rispetto a quelli derivanti da contributi versati. Dalla Presidenza dell’Ars però non si mosse foglia. Oggi il M5s isolano è tornato alla carica ma si è già scontrato con le rimostranze del Presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè, che ha ribadito il suo no secco all’abolizione del vitalizio: farlo comporterebbe l’impossibilità di mantenere la famiglia.
 
Di fronte a tale evenienza, il generoso Cancelleri si è mostrato disposto ad aggiungere un posto alla sua tavola per il Presidente Miccichè. Che al momento può continuare a dormire sogni tranquilli. E ben remunerati.
 
L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE EX PARLAMENTARI ANNUNCIA CLASS ACTION: ECCO PERCHE'
 
Di fronte all’ennesima proposta di ridimensionamento dei vitalizi sono insorti gli ex parlamentari che, con una diffida di nove pagine presentate lo scorso 3 luglio all’Ufficio di Presidenza, hanno ribadito il loro no al provvedimento fortemente voluto dal pentastellato Roberto Fico, arrivando ad ipotizzare azioni legali nei confronti dei membri dell’Ufficio di presidenza della Camera qualora venisse approvato. La misura che l’Ufficio di Presidenza si appresta ad approvare – si legge nella diffida – “è incostituzionale, illegittima e illegale”. Approvarla potrebbe dunque far scattare azioni legali “anche a fini risarcitori”.
A sostegno della loro tesi tre sono le principali prove addotte.
VIOLAZIONE DEL PRINCIPIO DI RETROATTIVITA' e dell’articolo 3 della costituzione italiana. La irretroattività della legge – scrivono gli ex parlamentari – “è un principio fondamentale dello Stato di diritto di tutti i paesi democratici”. Non è possibile – spiegano – mettere in discussione retroattivamente diritti già maturati da cittadini: “Finora si sono modificati (esempio legge Fornero) solo i diritti futuri, cioè aspettative di miglioramenti economici che possono essere intaccati in momenti particolari della vita del Paese”. Nessuna legge ha mai trasgredito a questo principio: “pretendere di farlo per gli ex parlamentari avrebbe soltanto un significato punitivo, di delegittimazione e umiliazione della funzione parlamentare che è libera e indipendente”.
Malgrado l’autodichia di cui godono Camera e Senato, l’inviolabilità del principio di retroattività vale anche per i regolamenti parlamentari. Su quest’ultimo punto si apre un’ulteriore scottante questione: quella cioè della violazione dell’art. 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini “sociale e sono uguali davanti alla legge”.
Introdurre retroattivamente una misura comporterebbe infatti una disparità di trattamento perché essa non verrebbe applicata a tutti gli aventi diritto il sistema contributivo ma “solo a coloro che ne ricaveranno un incrimente del vitalizio”. Inoltre, il nuovo regime genererebbe un’asimmetria tra le due Camere poiché ad oggi, vista la resistenza del Senato, sarebbe circoscritto alla sola Camera dei deputati.
DELIBERA, STRUMENTO NON ADEGUATO. Altro problema controverso è quello relativo allo strumento da utilizzare per disciplinare modifiche relative alla materia in questione. Secondo gli ex parlamentari il principio di retroattività non può essere intaccato dall’Ufficio di Presidenza poiché esso è “un organo organizzatorio e amministrativo” mentre la materia andrebbe trattata attraverso il canale legislativo. In sostanza, secondo quanto sostenuto dagli ex deputati, una delibera “non può avere le caratteristiche di generalità proprie della legge”.
LESIONE PRINCIPIO DI LEGITTIMO AFFIDAMENTO. Ad essere intaccato, secondo gli ex parlamentari è infine il principio di legittimo affidamento. “La delibera proposta - scrivono - riduce gran parte dei vitalizi applicando ad essi retroattivamente il regime contributivo, laddove essi erano stati cacolati secondo il regime retributivo vigente all’epoca della loro maturazione. Ne consegue che la delibera non è compatibile con i principi di regionevolezza e di legittimo affidamento” poichè verrebbe a mancare diritto di fare appunto affidamento su precetti che la legge gli ha riconosciuto e in conseguenza all’acquisizione dei quali ha organizzato la propria vita.
Dire addio ai tanto “cari” quanto discussi vitalia sarà tutt’altro che una passeggiata.

La delibera Fico vale 40 mln
40 milioni: è quanto lo Stato, e dunque i cittadini, risparmierebbero annualmente se venisse approvata la delibera, proposta da Fico, sulla rideterminazione degli assegni vitalizi, delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata e dei trattamenti di reversibilità maturati alla data del 31 dicembre 2011.
Tale rideterminazione sarebbe effettuata “moltiplicando il montante contributivo individuale per il coefficiente di trasformazione relativo all’età anagrafica del deputato alla data della decorrenza dell’assegno vitalizio o del trattamento previdenziale pro rata”. La base imponibile contributiva sarebbe determinata come per i dipendenti pubblici, sulla base cioè dell’ammontare dell’indennità parlamentare lorda, con esclusione di qualsiasi indennità.
 
Cos’è l’autodichia
Definita anche giurisdizione domestica, l’autodichia è la facoltà, goduta dalle due Camere parlamentari e dalla Corte costituzionale, di autoregolamentarsi e di risolvere le controversie relative ai suddetti organismi e ai loro componenti mediante propri apparati giudicanti. In sostanza, sono gli stessi componenti a predisporre i propri regolamenti e, al tempo stesso, a verificare che essi vengano rispettati.
Obiettivo per cui è stata preposta dall’ordinamento costituzionale è assicurare autonomia e indipendenza dei due suddetti organi. Nonostante la nobile finalità a cui mira, l’autodichia può generare zone franche sottratte dal controllo giurisdizionale: è il caso dell’inoppugnabilità dei regolamenti parlamentari dinanzi alla Consulta.
 
Principio di affidamento
Non riconosciuto in maniera esplicita dalla nostra Costituzione ma contemplato dal codice civile agli articoli 1375 e 1175, quello del “legittimo affidamento” è il principio secondo il quale ad ogni cittadino spetta di fare - appunto - affidamento sui diritti che la legge gli ha riconosciuto e in conseguenza dell’acquisizione dei quali ha organizzato la propria vita, facendo scelte di natura personale e professionale, ma anche familiare e finanziaria.
Tale principio rappresenta una delle motivazioni sulle quali è basata la diffida dell’Associazione degli ex parlamentari nei confronti della cosiddetta “delibera Fico”, con la quale si cerca di porre le basi per una nuova rideterminazione degli assegni vitalizi.
 
Siragusa, componente Ufficio Presidenza Ars: “Sui vitalizi il M5s in Sicilia è sulla stessa lunghezza d’onda della Camera dei Deputati”
Già nella passata legislatura il M5s ha fatto dell'abolizione dei privilegi la propria bandiera, non trovando però "interlocutori" disposti a portare avanti un dibattito politico incentrato sul senso di responsabilità. Adesso che Fico con la delibera dell'Ufficio di presidenza ha dato un segnale forte ai cittadini e al Parlamento, pensa che il Parlamento siciliano possa seguire l'esempio?
“Sui vitalizi siamo sulla stessa lunghezza d’onda della Camera. Proprio in questi giorno abbiamo presentato una proposta di delibera che prevede il ricalcolo degli assegni sui contributi realmente versati. Si tratta non di abolire diritti quesiti, ma di cancellare privilegi medioevali. Abbiamo cominciato questa legislatura con una battaglia sul tetto agli stipendi, proseguiremo con quella ai vitalizi. Un eventuale sì dell’ufficio di presidenza di Palazzo dei Normanni sarebbe un segnale fortissimo per il Paese”.
 
 
Giurisprudenza ondivaga: alcune sentenze della Corte costituzionale
 
n.340/1985. Osserva la Corte che nel nostro sistema costituzionale non é interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali modifichino sfavorevolmente la disciplina dei rapporti di durata, anche se il loro oggetto sia costituito da diritti soggettivi perfetti, salvo, qualora si tratti di disposizioni retroattive, il limite costituzionale della materia penale (art. 25, secondo comma, Cost.). Dette disposizioni però, al pari di qualsiasi precetto legislativo, non possono trasmodare in un regolamento irrazionale e arbitrariamente incidere sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, frustrando così anche l'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, che costituisce elemento fondamentale e indispensabile dello Stato di diritto (v. sentt. n. 36 del 1985 e n. 210 del 1971).
 
n. 234/2007, 400/2007, 77/2008, ove si è affermato che “il fluire del tempo – il quale costituisce di per sé un elemento di versificatore che consente di trattare in modo differenziato le stesse categorie di soggetti, atteso che la demarcazione temporale consegue come effetto naturale alla generalità delle leggi- non comporta, di per sé, una lesione del principio di parità di trattamento sancito dall’art. 3 della Costituzione”.
 

Articolo pubblicato il 12 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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