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Quotidiano di Sicilia

Investimenti pubblici e spesa assistenzialistica
di Carlo Alberto Tregua

Servono opere e infrastrutture



Standard & Poor’s ha diminuito la stima di crescita del Pil 2018 di 0,2 punti, portandolo all’1,3. I segnali di rallentamento sono tanti: la causa maggiore riguarda il crollo degli investimenti pubblici e il rallentamento di quelli privati.
Cerchiamo di analizzarne le cause. Il lenzuolo delle entrate del nostro Stato continua ad essere più o meno lo stesso, perché il Pil cresce poco (una ventina di miliardi l’anno) mentre il debito cresce molto (forse 30 o 40 miliardi l’anno).
Mediante un numero di aggiustamenti contabili che rasentano l’imbroglio, il Mef è riuscito ad accertare un rapporto tra Deficit e Pil del 132,5%. Ma se si guardano bene i conti dovrebbe essere determinato intorno al 145%.
Gli arzigogoli contabili continuano ad essere attuati per ridurre al minimo questo disavanzo; ma essi sono arzigogoli, non si tratta di realtà. Per esempio, la richiesta di far uscire gli investimenti fuori dal perimetro della contabilità pubblica raggiunge un magnifico risultato: aumentano i debiti ma non si contabilizzano.
 
La realtà è totalmente diversa: un governo formato da statisti e non da neofiti ignoranti di istituzioni e di Cosa pubblica, sapendo che le entrate sono rigide e non aumentabili, nonostante le baggianate sulla Flat tax, dovrebbe fare scelte di fondo, supportate da riforme, per spostare all’interno dello stesso perimetro delle entrate, una parte di queste dalla spesa corrente, fra cui è rilevante l’assistenzialismo, a quella degli investimenti.
Gli investimenti pubblici sono indispensabili anche per poter utilizzare i fondi europei che, com’è noto, vengono erogati se c’è un cofinanziamento statale e/o regionale, senza del quale gli sportelli di Bruxelles restano fermamente chiusi.
Il guaio del nostro Paese è che i fondi Ue non vengono utilizzati e il super guaio della Sicilia è che essi rimangono quasi totalmente nelle casse dell’Unione, appunto, per mancanza di cofinanziamenti.
Senza una coraggiosa decisione di fondo, in base alla quale le uscite dello Stato vengono spostate dalla spesa corrente agli investimenti, il Pil non crescerà, l’occupazione neanche. Tutto questo, ripetiamo, perché non si fanno gli investimenti pubblici.
 
Un governo capace, che non rincorresse il consenso giorno per giorno e neanche gli umori del ventre dei cittadini, dovrebbe dire a tanti parassiti che la festa è finita e che possono andare in pace, perché da oggi in avanti la spesa dello Stato si concentra negli investimenti.
L’Italia ha bisogno di opere e infrastrutture pubbliche come la persona ha bisogno dell’aria. Reti ferroviarie del Sud, Ponte sullo Stretto, potenziamento di porti, aeroporti e interporti, autostrade e strade statali e provinciali hanno bisogno di una cura da cavallo per fare la quale servono risorse, risorse e risorse.
Senza le stesse, le opere esistenti vanno in rovina (perché senza manutenzione) mentre non si eseguono quelle per ripristinare i manufatti esistenti per farli utilizzare economicamente.
I bandi di gara degli appalti sono crollati in tutta Italia e in Sicilia di ben il 90%. La ragione è evidente: dovendo finanziare l’assistenzialismo, le istituzioni nazionali e locali sottraggono risorse agli investimenti per girarle a quella finalità.
 
Germania, Spagna e Portogallo viaggiano con una crescita di circa il 3%; in Germania non c’è disoccupazione, in Spagna e Portogallo essa è ai minimi. Perché da noi tali parametri sono rovesciati? La risposta è semplice. Perché non ci sono persone capaci che dirigono le istituzioni e, quando lo fanno, spesso si fanno travolgere dalla corruzione.
Ecco, è la corruzione uno dei cancri più forti del nostro Paese. Ma dobbiamo combatterlo sperando di vincerlo entro pochi anni. Le opere pubbliche sono un volàno per tutte le società sviluppate e ancor di più per quelle che devono svilupparsi.
Com’è possibile che tanti politicastri non si siano accorti in questi decenni dello scempio che stavano commettendo agendo al contrario?
Anche in questo caso la risposta è semplice: essi hanno seguito giorno per giorno il consenso popolare, il quale è egoista, chiede qualcosa per sé e non per la collettività. Tutto ciò, ripetiamo, perché i politici non sono statisti. Senza gli statisti una Comunità non può mai progredire.

Articolo pubblicato il 12 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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