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Trump in continua campagna elettorale
di Carlo Alberto Tregua

I sondaggi condizionano la politica

Tags: Donald Trump



A qualcuno sembra che Donald J. Trump sia affetto da schizofrenia perché oggi dice una cosa, domani l’opposto. I servizi segreti e l’Fbi, in un primo momento, non avrebbero individuato le responsabilità della Russia nella campagna elettorale del 2016, ma subito dopo, forse, l’avrebbero individuata.
Putin, prima era un nemico, poi è diventato un buon amico, ora è un competitore. Guerra alla Cina con dazi al 25% per 200 miliardi dollari, ma grandi gesti amichevoli nei confronti del presidente Xi Jinping.
Guerra al Trattato di cooperazione commerciale tra Usa, Messico e Canada, denominato Nafta, ma poi sopita in attesa di altri momenti.
Potremmo continuare con gli esempi, ma questi sono sufficienti. Allora, si potrebbe definire Donald Trump una persona equilibrata? A suo modo, sì. Egli parla, scrive tweet, post su Facebook, secondo l’impulso del momento oppure secondo una linea che tenga conto del suo elettorato su cui vengono effettuati sondaggi minuto per minuto? Questo è il problema.
 
Trump sa di essere stato eletto da una porzione minoritaria di chi si è recato alle urne (due milioni in meno di voti della parte democratica). Ciò è stato possibile per la legge elettorale statunitense a due livelli, fortemente maggioritaria, che consente di avere una maggioranza di delegati pur avendo una minoranza di elettori.
La maggior parte della stampa americana è stata ed è contro Trump; l’establishment è contro di lui, la classe dirigente anche perché egli ha scardinato una serie di agreement sotto i quali il sistema consentiva di mantenere privilegi.
Non è che Trump non abbia i suoi collegamenti con le lobby, tutt’altro: sono evidenti quelli con i produttori di armi e i produttori di petrolio. Tuttavia, bisogna dargli atto che entro certi limiti egli sta mantenendo le promesse fatte agli elettori in campagna elettorale.
Intendiamoci, non riteniamo che tali promesse siano buone o cattive, però chi mantiene la parola data è sempre apprezzabile, indipendentemente dalla qualità degli impegni che ha assunto. Questo vuole la Democrazia.
 
Proprio perché non ha l’appoggio della parte alta della società americana, Trump non ha abbandonato mai la campagna elettorale. Quindi, quando parla, si rivolge al suo elettorato sapendo che fra due anni dovrà sostenere l’esame per la rielezione.
I sondaggi dicono che il 90% dei suoi elettori lo appoggia interamente, ma egli sta tentando di portare acqua al suo mulino, conquistando una fascia minoritaria del Partito democratico, anche perché sa che all’interno del suo Partito repubblicano vi è una minoranza che lo odia: quella minoranza che fa parte dell’establishment e non può sopportare che un americano venuto dal nulla politico possa diventare presidente, come accadde a Ronald Reagan nel 1981.
Trump, in coerenza con la sua campagna elettorale, tiene fede al motto “America first”. Le guerre commerciali contro Europa e Cina, con l’immissione dei dazi, seguono questa logica, che non è di sviluppo perché se ogni Paese alzasse le barricate e tornasse all’autarchia, non solo danneggerebbe l’economia dell’intero globo, ma anche la propria.
 
L’economia del mondo, che per il 2018 prevede un incremento di ricchezza del 3,9% (ricordiamo che l’Italia prevede solo l’1,2%), è basata sul moltiplicarsi degli scambi. Quando qualcuno come Trump comincia a diminuire la loro potenzialità, la crescita ne soffre.
Mentre la Cina ha risposto con immediatezza attivando dazi sull’importazione di prodotti statunitensi, per bilanciare quelli che Trump ha messo sull’importazione dei prodotti cinesi, l’Europa dei 28 balbetta, perde e prende tempo, e alla fine partorisce il topolino di alcuni dazi sull’importazione dei prodotti americani.
à la guerre comme à la guerre. Quando ci sono gli scontri bisogna essere armati e, se non lo si è, bisogna armarsi proprio per non fare la guerra. L’Europa non è unita, è debole perché non ha una politica unitaria e non è in condizioni di fare la guerra, ma di subirla.
Trump, in continua campagna elettorale e col monitoraggio dell’opinione pubblica mediante sondaggi minuto per minuto, non è un interlocutore prevedibile. Bisogna tenerne conto.

Articolo pubblicato il 20 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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