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Ogni mld di investimento ottomila posti di lavoro
di Carlo Alberto Tregua

Senza sviluppo non c’è futuro



In una Comunità bisogna scegliere fra la cultura del favore e quella dello sviluppo, che comporta l’assunzione di decisioni che non piacciono alle lobby, alle corporazioni e, in genere, ai privilegiati.
Gli statisti si distinguono dai politicastri per la loro capacità di guardare al futuro, di realizzare le riforme che rimettano in equilibrio le esigenze dei diversi strati della popolazione. Per questo guardano avanti e non solo al domani.
I politicastri, invece, hanno una paura folle del futuro e si affidano ai sondaggi e all’umore del popolo, giorno per giorno. Non prendono decisioni utili all’interesse nazionale, anche se mal viste sul momento, perché intendono avere il consenso minuto per minuto.
Tutto questo comporta il retrocedere continuo della Comunità, perché essa è composta da umori diversi e da interessi diversi, con la conseguenza che ognuno tira il lenzuolo dal proprio lato, scoprendo gli altri tre.
 
Il nostro Paese è disamministrato da almeno trent’anni. Prima del 1994 stava per arrivare al fallimento dal quale lo salvò il governo di Giuliano Amato (ministro del Tesoro Piero Barucci), che con la legge finanziaria lacrime e sangue fece una maxi manovra da 92mila miliardi. Ma poi le cose non andarono meglio e la situazione socio-economica fu ripresa per i capelli con l’ingresso dell’euro il 1° gennaio 2002.
Gli altri due decenni hanno visto l’alternanza di governi di parti opposte, ma la solfa non è mai cambiata: bassa crescita, alta disoccupazione, dirompente disoccupazione giovanile e, soprattutto guaio nel guaio, il crollo degli investimenti pubblici e, quindi, l’abbattimento di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Gli investimenti privati, invece, che seguono la cultura del merito, sono sempre cresciuti ed oggi il Paese gode di una esportazione fra le più floride di questi ultimi decenni.
Perché gli investimenti pubblici sono crollati? Per la dissennata politica clientelare ed assistenzialistica, del giorno per giorno, degli ultimi governi, nella illusoria prospettiva di accontentare i loro votanti piuttosto che perseguire l’interesse nazionale.
 
Per ogni miliardo di investimenti pubblici, vengono creati fra otto e diecimila posti di lavoro. Quindi, con cento miliardi si creerebbero ottocento mila posti di lavoro.
Siccome le entrate sono uguali negli anni, i governi hanno gabellato l’opinione pubblica dicendo che era l’Europa a strangolarci e che pertanto bisognava battere i pugni sul tavolo per consentirci la cosiddetta flessibilità. Ma quei governi hanno omesso volontariamente di comunicare che flessibilità equivale a firmare nuove cambiali, cioè nuovo debito.
Avrebbero dovuto, invece, nell’ambito delle entrate, stornare una parte di esse sperperate nella deficienza della macchina burocratica, nel clientelismo e nella corruzione, verso gli investimenti. Con i cento miliardi citati, i risparmi avrebbero creato ottocentomila posti di lavoro, ripetiamo, e con essi, nuovi contributi previdenziali e nuove entrate per l’Erario.
Ma tutto ciò non è stato fatto e si continuano a dare risorse per cassa integrazione e per i cosiddetti poveri, fra cui molti sono falsi e tanti altri parassiti.
 
La famosa legge obiettivo per le grandi opere (n. 443/2001) varata dal governo Berlusconi per realizzare ottanta grandi infrastutture, è rimasta sulla carta. Il vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli, aveva promesso di inaugurare il Ponte sullo Stretto; dopo otto anni, lo stesso ha fatto Berlusconi, ma il Ponte è solo negli ideogrammi.
L’alta velocità si è fermata a Salerno come se da quella città fino a Capo Passero, il territorio appartenesse all’Africa e non all’Italia.
La burocrazia è ferma all’inizio del secolo scorso, perché i dirigenti sono tutti premiati, anche i più deficienti sotto ogni punto di vista.
La digitalizzazione procede a rilento consentendo quella corruzione sotterranea che deriva dalla richiesta del favore anziché avere riscontro ad un diritto. La Sanità, salvo eccellenze a macchia di leopardo, è in piena disfunzione. La previdenza balla per l’enorme peso dell’assistenza (200 miliardi).
Il futuro è incerto. Ma senza futuro viene meno la speranza di crescere e prosperare che è la speranza dei giovani.

Articolo pubblicato il 24 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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