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Ex Province: Consulta, sberla ai politicanti
di Carmelo Lazzaro Danzuso

La Corte costituzionale (con sentenza 168/2018) ha dichiarato illegittima la Lr 17/2017 stoppando sul nascere l’ennesimo utilizzo distorto e strumentale dello Statuto siciliano. No all’elezione diretta dei vertici politici e al conseguente riconoscimento di indennità di carica 

Tags: Nello Musumeci, Province



PALERMO – C’è voluto circa un anno, ma alla fine è uno schiaffo pesante (anche se atteso) quello che la Corte costituzionale, con sentenza 168/2018, ha sferrato all’Assemblea regionale e alla Regione siciliana, dichiarando illegittima la Lr 17/2017. Un colpo che segna una chiara indicazione da parte della Consulta contro un utilizzo scriteriato dell’Autonomia regionale, sfruttata non come strumento a servizio dei cittadini ma come mezzo per creare e mantenere nuovi privilegi.
 
 
Al centro della contesa le “Disposizioni in materia di elezione diretta del presidente del Libero Consorzio comunale e del Consiglio del Libero Consorzio comunale, nonché del sindaco metropolitano e del Consiglio metropolitano”, con cui nell’agosto dello scorso anno l’Assemblea regionale siciliana ha di fatto cancellato con un colpo di spugna un percorso di riorganizzazione degli Enti intermedi iniziato con la Legge regionale 7/2013, ripristinando l’elezione diretta dei vertici politici e il pagamento di indennità ai presidenti.
 
Una mossa che non è piaciuta affatto al precedente Governo nazionale, che subito dopo l’approvazione della Legge da parte dell’Ars ha deciso di impugnare gli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7 della stessa, denunciandone “il contrasto, complessivamente, con gli artt. 3, 5 e 117, commi secondo lettera p), e terzo, della Costituzione – in relazione ai ‘principi di grande riforma economica e sociale’ di cui all’art. 1, commi 19, 20, 22, 24, 25, 58 e seguenti, nonché 67, 69 e 84 della legge 7 aprile 2014 n. 56 (‘Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle Unioni e fusioni di Comuni’) – e con gli artt. 14, 15 e 17 del Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito in Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2”.
 
Il percorso tracciato dalla Lr 17/2017, infatti, è in netto contrasto con quello voluto, a livello nazionale, dalla cosiddetta Legge Delrio (56/2014) e per la Consulta “la tesi difensiva della Regione Siciliana – che tende a confinare i ‘principi di grande riforma economica e sociale per la disciplina di città e aree metropolitane’, di cui al comma 5 dell’art. 1 della legge n. 56 del 2014, esclusivamente nel nuovo assetto funzionale degli Enti di area vasta, negandone l’estensione al meccanismo di elezione di secondo grado degli organi delle Città metropolitane e delle Province – non è condivisibile”.
 
La Corte Costituzionale sottolinea nella sentenza di aver “più volte ribadito che l’intervento di riordino di Province e Città metropolitane, di cui alla citata legge n. 56 del 2014, rientra nella competenza esclusiva statale nella materia ‘legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane’”.
 
Per gli Enti intermedi, dunque, non c’è altra strada se non quella delle elezioni di secondo livello, poiché come evidenziato dai giudici della Consulta “il ‘modello di governo di secondo grado’, adottato dal legislatore statale, diversamente da quanto sostenuto dalla Regione, rientra, tra gli ‘aspetti essenziali’ del complesso disegno riformatore che si riflette nella legge stessa. I previsti meccanismi di elezione indiretta degli organi di vertice dei nuovi ‘enti di area vasta’ sono, infatti, funzionali al perseguito obiettivo di semplificazione dell’ordinamento degli enti territoriali, nel quadro della ridisegnata geografia istituzionale, e contestualmente rispondono a un fisiologico fine di risparmio dei costi connessi all’elezione diretta”.
 
“Le disposizioni – si legge nella sentenza della Corte Costituzionale - sulla elezione indiretta degli organi territoriali, contenute nella legge n. 56 del 2014, si qualificano, dunque, come ‘norme fondamentali delle riforme economico-sociali, che, in base all’art. 14 dello Statuto speciale per la regione siciliana, costituiscono un limite anche all’esercizio delle competenze legislative di tipo esclusivo’ (sentenza n. 153 del 1995; nello stesso senso sentenza n. 265 del 2013)”.
 
Una bocciatura pesante e su tutti i fronti, che ha stroncato anche le previste indennità di carica per i presidenti di Liberi Consorzi e Città Metropolitane (punto che presenta “analoghi profili di illegittimità costituzionale” rispetto a quelli già citati) e il tentativo della Regione di ampliare il numero dei componenti degli organi territoriali consiliari oltre quello stabilito (anche questo in violazione ai parametri costituzionali).
 
Non c’è altra strada, dunque, se non quella di andare oltre la vecchia concezione delle Province regionali, partendo – come peraltro il QdS suggerisce già da tempo – dalle basi tracciate dalla Legge Delrio. E della necessità di porre finalmente in essere quella riforma che gli Enti intermedi attendono da tempo ha parlato anche la Corte dei Conti, sottolineando l’esigenza “indifferibile” di completare il progetto di riorganizzazione, nel tentativo di porre un freno al “crescente deterioramento degli equilibri di Bilancio” che sta logorando le ex Province.
 
Con la pietra tombale sulla Lr 17/2017 posta dalla Corte Costituzionale, il tempo degli stratagemmi per moltiplicare le poltrone è finito. Adesso Governo e Assemblea regionale hanno l’obbligo di guardare avanti, per mettere in piedi una riforma efficiente e funzionale che ponga al primo posto l’interesse generale dei cittadini e non quello dei politicanti di turno.
 

 
AnciSicilia si proietta già verso il futuro: riconoscere ruolo istituzionale e funzioni
 
PALERMO - Diversa la posizione di AnciSicilia, l’associazione che riunisce i sindaci dell’Isola, illustrata dal presidente e primo cittadino del capoluogo siciliano, Leoluca Orlando. “Prendiamo atto – ha commentato - che con questa decisione anche le ex Province siciliane, dopo tante incertezze normative, vengono ricondotte al quadro fissato dalla legislazione nazionale”.
“La sentenza – ha aggiunto - fa finalmente chiarezza, dopo cinque anni di delirante stato di confusione legislativa e amministrativa che ha messo in ginocchio gli Enti di area vasta, prodotto un proliferarsi di commissari regionali, bloccato la erogazione di servizi e la realizzazione di interventi in tutta la Sicilia”.
Per Orlando la Consulta “ha ribadito che la riforma è nazionale e non può essere considerata legittima l’applicazione in Sicilia in modo diverso e discriminante dal punto di vista istituzionale, funzionale e finanziario. Adesso è necessario preservare un assetto ordinamentale e finanziario stabile, che faccia superare questi anni di prolungata incertezza e commissariamenti e che faccia uscire da quella che più volte abbiamo definito ‘stato di calamità istituzionale’”.
Per il sindaco di Palermo è necessario che tutte le istituzioni facciano la loro parte affinché anche alle Città metropolitane e ai Liberi consorzi possa essere data la stessa dignità che è riconosciuta alle altre province d’Italia in termini di trasferimenti finanziari e di eliminazione del contributo forzoso.
“È fondamentale – ha concluso - che anche attraverso un proficuo confronto tra la Regione, l’AnciSicilia i rappresentanti delle Città metropolitane, si possa superare il quadro finanziario determinato dall’accordo disastroso sottoscritto dagli ex presidenti della Regione e dei ministri e definire un assetto che riconosca all’Ente intermedio siciliano un adeguato ruolo istituzionale e conseguenti funzioni”.
 

 
La versione di Musumeci: “Noi siciliani mortificati”
 
PALERMO – “La sentenza della Corte costituzionale, al di là del marginale aspetto delle Province, suona a offesa della dignità del popolo siciliano e della sua plurisecolare vocazione autonomistica”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, dopo la sentenza della Corte Costituzionale.
Per Musumeci “l’avere di fatto cancellato, con un colpo di spugna, l’articolo 15 del nostro Statuto che riserva alla legislazione esclusiva della Regione la materia di organizzazione e controllo degli Enti locali denuncia il malcelato e progressivo tentativo romano di smantellare l’Istituto autonomistico. Con questa sentenza assai discutibile si espropria ai cittadini elettori il diritto sacrosanto di scegliere chi dovrà governare le ex Province, peraltro già da cinque anni condannate alla paralisi, con l’evidente stato di abbandono della viabilità, dell’edilizia scolastica e dei servizi essenziali”.
“A questo punto – ha sottolineato ancora il presidente della Regione - siamo chiamati a prendere una decisione irrinviabile: o rinunciamo alla nostra Autonomia, accettando il cinismo dello Stato accentratore, o ricorriamo alla magistratura sovranazionale nell’ultimo tentativo di difendere la nostra stessa identità”.
“Per questo – ha concluso - ho concordato con il presidente del Parlamento siciliano la convocazione di un’apposita seduta d’Aula per raccogliere la condivisione di tutti i deputati”.

Articolo pubblicato il 25 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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