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Marchionne e burocrazia il giorno e la notte
di Carlo Alberto Tregua

Servizi efficienti contro pietismo

Tags: Sergio Marchionne, Burocrazia



Dice John Elkann, attuale capo di Exor e del gruppo Fca, che “Sergio Marchionne è stato il più grande e illuminato capo del gruppo”. Ha ben ragione, perché sotto la sua gestione il fatturato si è raddoppiato, ogni anno è stato conseguito un utile superiore al miliardo di euro, con la conseguenza di avere tagliato fortemente il debito.
Al di la di questi straordinari risultati, bisogna annotare il Piano di sviluppo dei prossimi cinque anni, già disegnato e pronto per l’attuazione. Cosicché il successore di Marchionne, Mike Manley, che ci metterà del suo, dovrà attuarlo per intero.
In questi giorni di lenta agonia di Marchionne, presso l’ospedale dell’Università di Zurigo, tutti i mezzi di stampa, scritti e parlati, hanno esaltato il suo valore. Ma pochi hanno messo in risalto quello che si può considerare il suo maggiore successo strutturale, oltre all’acquisizione della Chrysler a costo zero.
Ci riferiamo alla sua capacità di avere coinvolto quella parte del sindacato intelligente e prospettico (la Fit-Cisl) in un piano di riordino organizzativo avente l’obiettivo di aumentare la competitività e la produttività delle fabbriche italiane, elementi che hanno consentito di ottenere gli straordinari risultati elencati all’inizio.
 
Il sindacato, con l’apertura e la disponibilità di tutti i propri associati - che hanno approvato l’accordo con un referendum vinto a larga maggioranza - ha consentito il riassorbimento di decine di migliaia di dipendenti dalle diverse casse integrazioni, ordinarie o straordinarie, un’accelerazione della produzione, l’assunzione di nuovo personale e il formidabile aumento delle esportazioni, soprattutto delle Jeep, il cui merito va al nuovo Ceo, Manley, per essere stato capace di ottenere un alto valore aggiunto da questo prodotto.
Bisogna dare merito a quella parte del sindacato ragionevole e non ideologizzato, che ha a cuore le sorti dei propri associati, i quali non è vero che hanno paura di lavorare e sacrificarsi, ma hanno uno spirito di corpo con l’azienda e, soprattutto, hanno capito profondamente che loro sono l’azienda, che l’azienda è una cosa loro e non una cosa degli altri, come spesso invece sostengono altri sindacati.
 
Sergio Marchionne è il giorno, la burocrazia è la notte. Tutte le cose che abbiamo appena accennato, nella Pubblica amministrazione italiana sono rovesciate. Nessuno si preoccupa dell’organizzazione per ottenere la migliore efficienza a costi più bassi. In altri termini, nessuno si preoccupa della competitività dei servizi pubblici, per i quali è essenziale che vi sia produttività.
Nessuno si preoccupa di comparare la qualità dei servizi pubblici italiani, di ogni livello, con quelli tedeschi o francesi. E neanche con quelli statunitensi o giapponesi.
In quei Paesi i modelli organizzativi sono eccellenti, i dipendenti sono parte integrante di quelle Pubbliche amministrazioni, i dirigenti hanno le responsabilità di rispondere ai cittadini e al ceto politico degli obiettivi preposti, che poi vengono paragonati regolarmente con i risultati ottenuti.
Singapore è un altro modello ove la Pubblica amministrazione eccelle, per cui in cinquant’anni è passato dalla foreste a una civiltà progredita.
 
Da noi c’è la cultura del pietismo e del precariato, due elementi negativi che inducono i cittadini a venir meno al primario obiettivo di ogni persona vivente: essere ottimista, costruttiva, avere voglia di fare e bene, servire con qualità gli altri e se stessi.
Qui i politicastri continuano con la loro lamentazione secondo la quale dovrebbero sparire i precari. Questi incolti non si rendono conto che Marchionne è un precario, che tutti i piccoli imprenditori e artigiani sono precari, che tutte le Partite Iva italiane, comprese quelle professionali, sono precarie (oltre cinque milioni) .
Non si rendono conto che ogni essere vivente è precario. Chi ha detto a ciascuno di loro quando morirà?
Dunque, vivere nella precarietà è normale. Perché questi precari non si inventano il lavoro come hanno fatto migliaia di altri loro concittadini? Perché non pensano in grande, guardando ial futuro con la convinzione che ce la possono fare?
La canzone di Morandi dice che “Uno su mille ce la fa”. Noi crediamo che sia più di uno su mille. Bisogna darsi da fare, senza spaventarsi delle difficoltà, che vanno superate con forza, coraggio e determinazione.

Articolo pubblicato il 25 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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