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Intercettazioni fra accusa e difesa
di Carlo Alberto Tregua

Il disgusto verso laburocrazia



La Legge n. 103/2017, fatta approvare dall’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha cercato di bilanciare la necessità dei requirenti di utilizzare tutte le intercettazioni effettuate nel corso delle inchieste e l’obbligo di rispettare la privacy dei cittadini, spesso ignari, soprattutto quando le conversazioni non sono utili alle indagini ma vengono portate sul proscenio dell’opinione pubblica da giornalisti non scrupolosi.
Che le intercettazioni siano indispensabili ad accertare i reati, in particolare quelli contro la Pubblica amministrazione, per la diffusa corruzione, è pacifico. Ma è anche pacifico il principio che occorre sempre più mettere in equilibrio gli accusatori e i difensori: equilibrio che oggi non esiste perché il potere dei Pubblici ministeri è ben maggiore di quello degli avvocati difensori.
In base alla riforma Orlando, le intercettazioni, prima di essere utilizzate nei processi, devono essere vagliate da Polizia giudiziaria e Procure. Le novità avrebbero dovuto essere già in vigore, ma il termine di applicazione è stato prorogato dal Governo al 31 marzo 2019, col decreto Milleproroghe.
 
Con l’esame preliminare saranno accantonate, in un registro riservato, tutte quelle intercettazioni che non hanno rilevanza per le indagini, al quale però possono accedere gli avvocati della difesa. Gli stessi, però, avranno l’onere di sentirsi per ore e ore intercettazioni che non gli servono ma possono pescarne qualcuna utile per i loro assistiti. Questo vaglio preliminare è sgradito all’attuale Governo che per tale motivo ne ha posticipato l’entrata in vigore.
La questione del bilanciamento tra accusa e difesa fu posta all’attenzione del legislatore quando modificò il Codice di procedura penale per renderlo simile a quello anglosassone. Ma la copia è riuscita male, e non poteva che essere così, perché in quel sistema i componenti delle Procure, a tutti i livelli, sono elettivi; nel nostro, invece, i magistrati, vincendo il relativo concorso, entrano nell’Ordinamento, anche se questo non è un potere costituzionale.
Non essendo separate le carriere dei magistrati giudicanti da quelli requirenti, risulta evidente come il fatto di essere colleghi, in rappresentanza dell’interesse generale, sbilanci il rapporto con la difesa, che invece rappresenta l’interesse privato degli imputati.
 
La questione in esame riguarda soprattutto la corruzione, il cancro peggiore della nostra società, addirittura peggiore della malavita organizzata. Mentre quest’ultima, infatti, è sotto controllo delle forze dell’ordine, la corruzione si annida in tutti i gangli, piccoli e grandi, della Pubblica amministrazione, con conseguenze nefaste perché i servizi sono di pessima qualità ed hanno costi elevatissimi.
La corruzione ha un’altra grave conseguenza: trancia le opere pubbliche. L’Ance denuncia che ne sono bloccate ben 270 per 21 miliardi, ma, mancando un censimento di tutte le incompiute del Paese, non si è in condizioni di sapere quante centinaia di migliaia di posti di lavoro restano in naftalina anziché diventare operativi.
La paura della corruzione blocca le opere, cosicché i dirigenti negletti preferiscono non fare, seguendo la regola che chi non fa non sbaglia. Il blocco conseguente degli investimenti sta facendo retrocedere la crescita del Pil.
 
Non sembri il salto della quaglia, perché siamo passati dal bilanciamento fra accusa e difesa nei processi a quello della lotta alla corruzione, perché se da un canto i pubblici ministeri sono sommersi da notizie criminis, d’altro canto il vaglio delle stesse deve essere sempre scrupoloso per evitare di incriminare cittadini onesti, che non hanno commesso alcun reato.
L’accusa si fonda su indizi, ma essi debbono essere precisi e concordanti, oltre che gravi, diversamente aumenta il rischio di arrestare innocenti.
Da un canto, la indispensabile necessità di combattere la corruzione a tutti i livelli e anche nei punti più remoti, dall’altro tutelare i cittadini innocenti da inchieste che debordano il decoro e che quindi vanno contrastate con la massima efficacia.
Il tutto, poi, si travasa in processi interminabili con udienze che si differiscono una dall’altra di tre, sei o dodici mesi, nel penale, e di due, tre o quattro anni nel civile.
Tutto questo non serve i cittadini, non osserva la Costituzione, non fa aumentare la fiducia nelle istituzioni. Serve a far aumentare il disgusto verso politici e burocrati.

Articolo pubblicato il 27 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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