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I Comuni siciliani una bomba a orologeria
di Paola Giordano

La Corte dei Conti: drammatiche le condizioni economico-finanziarie degli Enti locali. Incapacità di riscuotere, spese troppo alte, investimenti inesistenti e pericolo default. Le Autonomie locali sono con l’acqua alla gola. A rischio servizi essenziali per i cittadini 

Tags: Corte Dei Conti, Catania, Dissesto, Enti Locali, Sicilia



PALERMO – La finanza locale siciliana non gode affatto di buona salute. È quanto emerge dal check-up effettuato nelle tasche dei Comuni dell’Isola - e refertato nero su bianco - dalla Corte dei Conti nella Relazione sul Rendiconto generale della Regione siciliana relativo all’esercizio finanziario del 2017.
 
Obiettivo del documento redatto dai magistrati contabili è quello di controllare periodicamente l’andamento dei movimenti in entrata e uscita della Regione siciliana e dei suoi Enti locali, verificando al contempo che tali movimento siano conformi alla legge.
In questo contesto, la fotografia scattata dall’Ente che vigila sui bilanci della Pubblica amministrazione isolana non lascia infatti molte speranze: la situazione contabile in cu versano i Comuni siciliani, nel corso degli ultimi anni, si è progressivamente aggravata e non accenna a migliorare.
 
Ecco, capitolo per capitolo, lo scenario che emerge dai dati certificati dalla Corte dei Conti.
 
ENTRATE CORRENTI
Partiamo subito da uno dei tasti più dolenti all’interno di qualsiasi bilancio: quello cioè relativo alle entrate. Dopo un periodo (2013-2015) di costante decremento degli introiti e un 2016 “fortunato”, in cui si era invece assistito a un loro aumento che ha superato i 4,3 miliardi di euro, le entrate dello scorso anno si sono fermate a quota 4,14 miliardi. “Per i Comuni siciliani – si legge della relazione – si registra nell’anno 2017 un’inversione di tendenza in negativo nel trend delle riscossioni correnti”. Il che, tradotto in cifre, equivale a un calo tra le entrate del 2016 e quelle dell’anno successivo del 4,26 per cento, “con una diminuzione poco incoraggiante di tutte le tipologie di entrate correnti rispetto all’anno precedente”.
La Corte su questo fronte non può quindi che bacchettare i Comuni isolani sottolineando “la necessità che gli Enti locali adottino idonee misure organizzative volte all’incremento della riscossione delle entrate proprie e alla lotta contro l’evasione fiscale, anche mediante azioni coattive”.
 
SPESA CORRENTE
È dal variegato mondo della spesa corrente che arriva qualche buona notizia per le finanze locali dell’Isola. Negli ultimi cinque anni si è assistito a una decrescita, seppur lenta, della spesa di personale: dai circa 1,63 miliardi del 2013 si è passati nel 2017 a poco più di 1,43 miliardi di euro, con una riduzione del -12 per cento. Non male, si dirà, ma per ogni buona notizia ce n’è quasi sempre dietro l’angolo una cattiva: se quello per il personale è diminuita, si è registrato un elevato livello di spesa per prestazioni di servizi arrivata nell’esercizio finanziario 2017 a superare l’1,9 miliardi di euro. Le voci del bilancio comunale necessarie all’amministrazione quotidiana dell’Ente, insomma, la fanno da padrona.
 
SPESA IN CONTO CAPITALE
Se gli Enti locali isolani mostrano una grande generosità nello spendere sostanziosi importi per le voci relative alla spesa corrente, riescono invece a diventare “parsimoniosi” quando si tratta di investire in progetti a lungo termine che producano beni durevoli e utili per la comunità. I magistrati contabili hanno infatti constatato che “nei Comuni, la spesa in conto capitale ha seguito, in termini di cassa, un andamento decrescente passando da euro 546.067.305,22 del 2013 (109,21 pro capite) a euro 405.670.353,13 del 2017, perdendo quindi una quota rilevante pari a circa il 25 per cento dell’ammontare complessivo delle risorse da destinare ad investimenti rispetto a quelle di inizio del periodo preso in esame”.
Ciò vuol dire in sostanza che ben un quarto della fetta di spesa che può essere considerata come produttiva è stata tagliata negli ultimi cinque anni. Una mattanza, insomma.
 
DEBITI FUORI BILANCIO
Con quello dei debiti fuori bilancio si apre il capitolo più complesso dei bilanci comunali, poiché si tratta di uno voce che, non essendo considerata all'interno della struttura classica dei conti, non concorre alla determinazione del risultato dell’amministrazione in carica. Anche in questo caso l’asticella vola verso l’alto: dagli 81 milioni di euro di debiti fuori bilancio riconosciuti nel 2015 si è passati a circa 85 milioni nel 2016. Il 71,35% del totale di tale capitolo è riconducibile a debiti provenienti da sentenze esecutive per un ammontare complessivo di euro 61.075.643. Dalla relazione risulta che “i controlli finanziari operati dalla Corte hanno tuttavia rivelato numerosi casi di sottostima del fondo contenzioso, con conseguente esposizione integrale degli enti agli oneri da soccombenza giudiziale in caso di esito infausto del giudizio. Difficilmente, infatti, gli enti operano adeguati accantonamenti procedendo ad una ponderata ricognizione complessiva del contenzioso pendente”.
E non è tutto: ben 361.902.188 euro di debiti fuori bilancio risultano ancora in attesa di riconoscimento. Quasi il 54 per cento di essi – che tradotto in euro vuol dire 147,53 milioni – è riconducibile alle passività potenziali da contenzioso: un “importo che può determinare effetti negativi non di poco conto sugli equilibri di bilancio”. Più che di equilibrio di bilancio, insomma, si tratta di un vero e proprio squilibrio.
Quest’ultimo accertamento ha dunque bocciato sonoramente i Comuni siciliani. Dagli incassi alle spese, passando per i debiti fuori bilancio, tutti gli indicatori presi in esame dai magistrati contabili comprovano in maniera univoca una triste realtà: i conti degli Enti locali dell’Isola non tornano.
 

 
Ben il 20% delle Amministrazioni locali è in uno stato di sofferenza finanziaria
 
PALERMO – Sono oltre 70 gli Enti locali isolani che hanno formalmente palesato situazioni di sofferenza finanziaria. Vale a dire, in sostanza, quasi il 20 per cento dei 390 Comuni. A denunciarlo, nella relazione sul rendiconto regionale relativo all’ultimo esercizio finanziario, è sempre la Corte dei Conti della Regione siciliana. I magistrati contabili hanno segnalato anche che, nell’esercizio 2016, sono risultati “strutturalmente deficitari” nell’Isola ben otto Comuni, la metà dei quali si trova nella provincia messinese (Lipari, Nizza di Sicilia, San Fratello e la stessa Messina), cui spetta quindi il triste primato di enti in stato di sofferenza. I restanti quattro sono sparsi tra la provincia etnea (Linguaglossa, Maniace e Riposto) e quella girgentina (Raffadali).
Ma c’è un altro preoccupante dato: un pagamento su quattro viene effettuato dai Comuni grazie al ricorso alle anticipazioni di tesoreria. Ciò vuol dire, in soldoni che “da temporaneo ed eccezionale rimedio per far fronte a momentanee carenze di liquidità” tali anticipazioni “si sono trasformate in ordinario strumento di finanziamento a breve, senza il quale gli enti non riescono a soddisfare le proprie esigenze di spesa, generando quindi strutturali squilibri di cassa”. L’importo complessivo di tali anticipi nel 2017 ha infatti raggiunto la quota esponenziale di oltre 2,5 miliardi di euro, corrispondente al 27,2 per cento sul totale delle riscossioni. E non è tutto perché ampio è stato anche il ricorso, da parte dei comuni siciliani, all’istituto delle anticipazioni di liquidità (decreti legge n. 35/2013, n. 66/2014, e n. 78/2015)”. Tra il 2013 e il 2015 infatti i comuni siciliani hanno richiesto alla Cassa depositi e prestiti Spa complessivamente quasi 1,5 miliardi di euro ma ben 25 di essi “risultano inadempienti, in tutto o in parte, nella restituzione delle relative rate al 31 dicembre 2017, per un insoluto di 3.637.212,66 di euro”: un’ulteriore conferma, se non bastasse, dello stato di sofferenza finanziaria che attanaglia la finanza locale siciliana.
Per Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano, rispettivamente presidente e segretario generale di Anci Sicilia, quella dei Comuni isolani è “una situazione che non ha pari rispetto al resto dell’Italia e che, pertanto, necessita di un intervento regionale e nazionale che vada, innanzitutto, nel segno del sostegno alla capacità amministrativa degli Enti”.
 


Armonizzazione contabile. C’è ancora molto da fare
 
PALERMO – Oltre ai numeri allarmanti, a emergere dalla relazione sul rendiconto della Regione siciliana stilata dalla Corte dei Conti è anche un’altra intricata questione: quella relativa all’armonizzazione contabile.
Introdotte con il Dlsg n. 118 del 2011 e perfezionate con il Dlsg n. 126 del 2014, le disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli Enti locali e dei loro organismi sono entrate in vigore il primo gennaio 2015 con l’obiettivo di consentire il consolidamento e il monitoraggio dei conti pubblici, nonché il miglioramento della raccordabilità dei conti delle amministrazioni pubbliche con il sistema europeo. La riforma stabilisce, infatti, che Regioni ed Enti locali adottino un Piano dei conti integrato: vale a dire regole contabili uniformi, consistenti anche – e soprattutto – nell’adozione di un bilancio consolidato con le aziende, società o altri organismi controllati (esclusi quelli sanitari). Ciò vuol dire che è necessario uniformare i conti già traballanti dei Comuni con quelli spesso disastrosi delle società partecipate poiché – è la legge che lo impone – i Comuni devono consolidare i propri conti con quelli delle società controllate e partecipate e degli enti ed organismi partecipati.
A distanza di tre anni dall’entrata in vigore della normativa, la strada verso l’armonizzazione si mostra ancora lunga, però: i magistrati contabili hanno infatti più volte evidenziato, all’interno della relazione sull’esercizio 2017, il “non adeguato recepimento dei principi dell’armonizzazione contabile” fino ad arrivare a sostenere che “all’esito dell’ultimo ciclo di monitoraggio finanziario, la Sezione di controllo ha riscontrato, in numerose fattispecie, che continuano a non trovare corretta attuazione i nuovi principi dell’armonizzazione contabile” o ancora che “questa Corte più volte accertato e censurato, in sede di controllo finanziario, il rispetto solo formale ed apparente degli obiettivi di finanza pubblica, attraverso anomale imputazioni di bilancio od altri artifizi contabili o violazioni dei principi della contabilità armonizzata, la cui corretta applicazione condurrebbe, in alcuni casi, ad un saldo finale negativo”.
Di armonizzazione nei bilanci degli Enti locali dell’Isola, in sostanza, si sente solo l’odore. Di strada da fare ce n’è ancora molta. Occorre iniziare a muoversi.

Articolo pubblicato il 31 luglio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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