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Mafia: beni per quattrocento milioni confiscati a ex deputato regionale
di Redazione

L'ingente patrimonio apparteneva a Giuseppe Acanto, il "ragioniere della mafia", ritenuto affiliato al clan di Villabate e indicato come ex socio di Giovanni Sucato, il "mago dei soldi", trovato bruciato nel 1996

Tags: Mafia, Confisca Beni, Deputato Regionale, Giuseppe Acanto



La Dia di Palermo ha eseguito la confisca di beni mobili e immobili per oltre quattrocento milioni di euro nei confronti dell'ex deputato regionale e commercialista Giuseppe Acanto, 58 anni, detto Piero, ritenuto legato ai vertici di Cosa nostra a Villabate (Palermo).
 
Il passaggio definitivo all'erario - il sequestro risale al maggio del 2015 - era stato deciso la settimana scorsa dal collegio della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo presieduto da Raffaele Malizia, giudice relatore Luigi Petrucci, che ha accolto la richiesta del pool coordinato dal procuratore aggiunto di Palermo Marzia Sabella.
 
La confisca riguarda rapporti bancari, capitale sociale e relativi compendi aziendali e quote societarie.
 
Acanto, inoltre, è stato ritenuto dal Tribunale di Palermo "socialmente pericoloso" e per questo è stata decisa per lui, a partire dal 2018, la sorveglianza speciale per quattro anni.
 
Secondo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella, Acanto era stato coinvolto nella mega truffa organizzatala negli anni Novanta da Giovanni Sucato, il cosiddetto "mago dei soldi".
 
 
Quest'ultimo, dopo aver truffato migliaia di persone tra cui anche alcuni appartenenti a Cosa nostra, sparì poi con un ingente capitale e il cui cadavere, nel 1996, fu trovato carbonizzato all'interno della propria auto.
 
Sempre il pentito Campanella raccontò che Acanto, da consigliere comunale a Villabate tra il 1990 e il 1994, avrebbe avuto rapporti con le cosche che in quegli anni cominciavano ad avviare il progetto per la costruzione di un mega centro commerciale.
 
Acanto, dopo che il suo studio professionale fu incendiato, si rese irreperibile.
 
Nel 1994, dopo essere stato "perdonato" grazie alla mediazione di elementi di spicco della famiglia di Villabate, riprese l'attività di commercialista, dedicandosi alla costituzione di società in nome e per conto degli uomini d'onore.
 
Secondo gli investigatori riuscì a trovare interlocutori privilegiati all'interno dell'amministrazione del comune di Villabate (in seguito sciolto per infiltrazioni mafiose) facendosi nominare direttore del locale mercato ortofrutticolo e avvicinatosi all'attività politica, si occupò di sviluppare ogni operazione economica d'interesse della locale famiglia mafiosa, come la costruzione del centro commerciale.
 
Candidato alle elezioni amministrative del 2001 nella lista Biancofiore, collegata al Cdu, ottenne, secondo gli investigatori con il sostegno della cosca locale, 1.941 voti che però non gli bastaronono per diventare deputato.
 
Da primo dei non eletti, entrò a far parte dell'Ars dopo l'arresto Antonio Borzacchelli, ex carabiniere coinvolto nell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo, poi assolto.

Articolo pubblicato il 10 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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