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L'Italia cade a pezzi ma indennità a tutti
di Carlo Alberto Tregua

L’idiozia fatta sistema



Il crollo del cavalcavia Morandi era stato pronosticato già dieci anni fa, ma allora i soliti cialtroni del no a tutto, poi riversatisi nel M5s, dissero che era una favoletta e che quel manufatto sarebbe durato nei secoli.
Ma a tutti gli strutturisti è noto che un manufatto di cemento come quello ha una vita di circa cinquant’anni. Questo è durato cinquantuno. Con una aggravante: le sollecitazioni conseguenti al traffico aumentato di mille volte sono anch’esse aumentate di mille volte cosicché si è manifestata palesemente una sproporzione fra la capacità di resistenza del ponte sul fiume Polcevera ed il traffico fortemente amplificato.
Due più due, magari tardi, fa sempre quattro: il cavalcavia doveva crollare, se non il 14 agosto, fra un mese, fra un giorno o fra un anno.
Subito gli stupidi ministri al ramo, per pura demagogia e per speculazione politica, hanno chiamato in causa il gruppo imprenditoriale Benetton, che controlla la Società concessionaria, incolpandolo di prendere dividendi anziché fare manutezione.
 
Ministri responsabili avrebbero invece dovuto focalizzare la loro attenzione sull’intero sistema delle infrastrutture stradali, ferroviarie, aeroportuali e portuali. Infatti, in cinque anni, sono circa dieci i ponti che, crollando, hanno fatto decine di vittime. Ma essi non erano gestiti da concessionarie bensì dallo Stato, seppur attraverso proprie società.
Dunque, sono caduti più ponti riconducibili al sistema statale di gestione delle strade che non quelli riconducibili alle concessioni autostradali.
Si dirà: due torti non fanno una ragione, vale a dire, una défaillance non ne giustifica un’altra. Perciò, la causa del disastro non va addebitata solo al fatto che quella autostrada sia stata gestita da una concessionaria, ma a monte di esso e cioè alla mancanza di controlli da parte del Mit (Ministero Infrastrutture e Trasporti) che dovrebbero essere sistematici ed effettivi.
Se io fossi stato il ministro Toninelli, mi sarei fatto portare immediatamente i verbali dei sopralluoghi dai quali doveva risultare che l’infrastruttura genovese era in ordine.
 
Sui controlli c’è molto da dire. Essi devono essere sostanziali e non formali, cioè non devono servire ad imbrattare carte ma ad accertare con tutte le tecnologie di ultima generazione messe a disposizione, che le infrastrutture sono ancora valide.
Non sono strutturista né ingegnere, ma conosco apparecchiature radar che sono in condizione di guardare dentro il cemento armato per constatarne la sua composizione, ovvero se siano in atto processi di deterioramento così da valutare la necessità di interventi parziali o totali.
Chiediamo a viva voce di conoscere se i burocrati del Mit abbiano fatto questi sopralluoghi e accertato lo stato di quella infrastruttura. Ecco dove si devono appurare le responsabilità di coloro che non hanno fatto quanto dovevano fare.
C’è un’altra serie di controlli che i burocrati del Mit dovevano eseguire e cioè la verifica puntuale ed analitica di tutte le clausole che sono scritte nel contratto di concessione.
 
Se la concessionaria durante il corso degli anni non ha speso quanto previsto, note di cronaca dicono circa 300 milioni anziché un miliardo, come mai i controllori del ministero non sono intervenuti tempestivamente? Dove sono le diffide fatte alla concessionaria dai ministeriali? è stato intimato alla concessionaria di effettuare le manutenzioni previste dal contratto?
Il pesce puzza dalla testa. La testa sulle infrastrutture è il ministro che con i suoi direttori generali deve controllare tutti gli adempimenti amministrativi conseguenti.
Se è caduto il calvalcavia di Polcevera, vi è una responsabilità della concessionaria, ma sopra di essa vi è la responsabilità dei ministri che si sono susseguiti in questi venti anni e dei direttori generali precedenti ed attuali che non hanno provveduto a fare i controlli.
Mentre l’Italia cade a pezzi, i demagoghi politici precedenti ed attuali vogliono distribuire assegni a tutti con ciò moltiplicando la povertà e non la ricchezza: l’idiozia fatta sistema.

Articolo pubblicato il 17 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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