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Quotidiano di Sicilia

La china greca per l'Italia in declino
di Carlo Alberto Tregua

Fuori dalla gabbia dell’emergenza



Lunedì 20 agosto la Grecia è uscita dallo stato di emergenza, in base al quale il Governo presieduto da Alexis Tsipras non poteva muovere foglia senza il consenso preventivo della cosiddetta Troika (Fmi, Bce, Ue).
Ricordiamo che il giovane primo ministro greco guidò la Rivoluzione contro l’establishment di democristiani e socialisti che hanno rovinato il Paese ellenico inviando per vent’anni bilanci falsi alla Commissione europea.
Quei parrucconi, per mantenere il consenso, si sono comportati come i loro colleghi italiani, allargando le maglie della finanza pubblica, con un aumento sconsiderato di pensioni e stipendi, con l’immissione massiccia di dipendenti pubblici, con la distribuzione di assegni a destra e a manca, e con la dissennata gestione delle strutture pubbliche, fra cui porti, aeroporti, ferrovie e via discorrendo.
Tsipras da Itaca, luogo simbolico, ha dichiarato che Ulisse era tornato a casa, cioè il rientro alla normalità.
 
Ma questo non è vero: se da un canto viene meno il controllo preventivo della Troika sugli atti del Governo e del Parlamento greci, dall’altro la politica economica di quel Paese, in cui vivono circa 11 milioni di persone, deve restare nei binari rigorosi di contenimento della spesa pubblica e, di aumento della spesa per investimenti, in modo da avere un avanzo primario che consenta di diminuire il debito pubblico di circa 280-290 miliardi, pari al 180% del Prodotto interno lordo.
I sacrifici del popolo greco hanno alienato le sue simpatie verso Tzipras, il quale - con molta probabilità - alle prossime elezioni politiche nonsarà rieletto. Ma egli ha dimostrato di essere uno statista perché ha sacrificato se stesso e la propria carriera politica al bene del popolo che non aveva capito come la strada dei sacrifici non aveva alternative.
Occorre sempre uno statista che si sacrifichi per il bene comune perché il lassismo e la ricerca giornaliera del consenso portano alla distruzione economica e sociale di un popolo.
L’esempio di quanto capitato alla Grecia, sebbene abbia una popolazione sei volte inferiore a quella dell’Italia, deve essere di guida per il nostro Paese.
 
L’Italia ha imboccato la strada del declino e non ha fatto tesoro della vicenda greca. In questi ventiquattro anni della cosiddetta seconda Repubblica, tutti i governi di diverso colore politico hanno perseguito una strada perversa che non era quella dello sviluppo e della crescita. Infatti, quando è arrivata la crisi, che ha colpito anche noi per dieci anni, le difese sono state blande e inefficaci. Cosicché il nostro Pil non è ancora tornato ai valori ante crisi. Gli altri Paesi europei, invece, lo hanno raggiunto e superato di parecchio.
L’Esecutivo giallo-verde del cosiddetto cambiamento è in linea con i precedenti Governi a guida Pd o Berlusconi e continua nella dissennata linea di politica economica che consiste nel distribuire assegni a destra e a manca per avere un tornaconto di consensi, giorno per giorno.
Non disponendo di altre risorse, questi Governi hanno continuamente falcidiato la spesa per investimenti cosicché ci troviamo un Paese fragile, per il quale non è stato preso alcun provvedimento strutturale.
 
Salvini dice che non si farà ricattare dai mercati (lo diceva pure il cavaliere di Arcore). Di Maio dice che l’Unione europea non potrà far nulla contro la volontà del suo Governo.
Sembrano due ragazzini a cui la mamma vuole togliere la marmellata. Strillano, battendo i piedi, perché non si rendono conto di quanto le loro affermazioni siano destituite di fondamento.
Infatti, il mercato non è un fantasma, ma è fatto di investitori, privati e istituzionali, i quali comprano crediti per avere ritorni finanziari sotto forma di interessi, ma crediti che siano solidi e che verranno incassati.
Le masse finanziare che circolano per il mondo sono immense e impalpabili come i venti. Gli investitori, quando si accorgono di poter fare buoni affari, non sono speculatori ma fanno il loro mestiere.
La debolezza dell’Italia è un buon affare per gli investitori. Sta al nostro Governo approntare difese non a parole, ma con atti concreti che i grandi maestri di politica economica hanno scritto su tutti i libri.
Niente di nuovo. La storia non insegna niente.

Articolo pubblicato il 23 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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