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Bankitalia, donne meno pagate: con la parità il Pil crescerebbe del 7%
di Michele Giuliano

Tavola rotonda a Palermo per discutere delle diseguaglianze economiche sul posto di lavoro. Se un uomo guadagna un dollaro, per la stessa mansione il gentilsesso ne percepisce 0,77

Tags: Lavoro



PALERMO - Le donne continuano ad essere discriminate sul lavoro. Non è soltanto una constatazione che nasce dalla semplice osservazione di qualunque ambiente di lavoro, ma è dimostrato dai fatti e dai dati. “Se ci fosse parità di accesso al lavoro il Pil del nostro Paese crescerebbe del 7%. Invece le donne continuano ad avere difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro e quando riescono continuano ad essere pagate meno” dice una ricerca della Banca d’Italia, i cui dati sono stati illustrati da Gianna Fracassi, della segreteria nazionale della Cgil, durante la conferenza “La differenza di genere nell’affermazione dei diritti di cittadinanza nella scuola e nella società Italiana” che si è svolta presso il Cinema Rouge et Noir di Palermo. Appuntamento che fa parte del ciclo di incontri del progetto educativo antimafia e antiviolenza promosso dal Centro Studi Pio La Torre.
 
 
“Per lo stesso lavoro, se un uomo guadagna un dollaro, una donna riceve 0,77 dollari” continua la ricerca. Nonostante la legislazione nei Paesi del mondo occidentale favorisca o addirittura obblighi la parità di genere, nella pratica il problema è ancora evidente e per certi versi difficilmente superabile. Anche in Italia l’articolo 3 e l’articolo 51 della Costituzione stabiliscono dei principi e impongono la rimozione di ogni ostacolo, ma purtroppo questi articoli in Italia e nel mondo non vengono attuati. Tanto che l’Onu tra gli obiettivi primari da raggiungere entro il 2030 ha inserito proprio la parità di genere e l’enpowerment delle donne.
 
“È necessaria una sinergia tra Stato, datori di lavoro, lavoratori, giornalisti e società per abbattere stereotipi e vincoli alla mancata realizzazione della parità di genere – sottolinea Mimma Argurio, della segreteria regionale della Cgil - Tanto lavoro ancora rimane da fare ma è un obiettivo raggiungibile”.
 
Altro argomento correlato trattato alla conferenza, il persistere del fenomeno della violenza sulle donne, che si è imposto da qualche anno all’interno dell’agenda dei mezzi di informazione italiani, mentre prima era considerato questione “privata” poco notiziabile nello spazio pubblico. La professoressa Pina Lalli, del Dipartimento Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna ha così illustrato i risultati di una ricerca condotta sui principali quotidiani italiani su come i media raccontano i femminicidi.
 
Nel periodo analizzato dalla ricerca, il 2012, sono stati compiuti 72 femminicidi “domestici”, compiuti cioè da partner o ex partner. Di questi, 53 casi hanno avuto copertura nazionale per un totale di 166 articoli. Quattro casi attirano quasi un quarto degli articoli: storie dai risvolti particolarmente efferati, o vittime multiple, o donne molto giovani. Oltre la metà (92) dei 166 articoli raccolti collegano i femminicidi a una dimensione di amore deluso, mentre in 102 articoli su 166 si fa ricorso ad un termine di uso corrente privo di evidenza medico-scientifica: “raptus”.
 
Solo 17 articoli su 166 accompagnano il racconto evocando una dimensione di dominio maschile ma di solito il racconto riguarda cittadini stranieri. In linea generale, quindi, l’argomento non viene trattato approfondendo il tratto “culturale” della pretesa sottomissione femminile come residuo del patriarcato vissuto come unica realtà possibile in un mondo invece in trasformazione, in cui la donna ha assunto consapevolezza ed autonomia.

Articolo pubblicato il 24 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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