Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Si pagano i risultati non il lavoro inutile
di Carlo Alberto Tregua

Raggiungere sempre gli obiettivi



L’Italia è un Paese non competitivo perché la formazione scolastica e quella universitaria non inculcano nei giovani il principio secondo cui il lavoro di per sé è inutile se non mirato al raggiungimento di obiettivi di qualunque natura: sociali, assistenziali, economici ed altri.
Un vecchio film di Claude Lelouch era intitolato “Vivere per vivere”. Il senso di quel titolo non era galleggiare, farsi trascinare dai venti e dalle acque, bensì partecipare intensamente agli eventi con grande volontà, abnegazione e sacrifici, per costruire il benessere comune e quello proprio.
I sentimenti sono un grande ambiente nel quale le persone dovrebbero vivere bene, ma ad esso va accompagnata la razionalità per gestire al meglio tutti gli eventi materiali, che devono essere affrontati dalle persone con spirito e mentalità costruttiva.
Dice la nostra Costituzione che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nell’estrema sintesi del primo comma non poteva essere spiegato che il lavoro è un mezzo e non un fine, né che esso serva per raggiungere obiettivi collettivi e personali.
 
Ovviamente ognuno può interpretare tale primo comma come crede, ma il buonsenso dovrebbe spingere la gente alla concretezza degli atti e dei comportamenti: una concretezza che riguardi gli obiettivi da raggiungere.
Infatti, qualunque progetto di vita, di natura sociale o economica, deve fissare obiettivi ai quali si punti con determinazione per tentare di tramutarli in risultati. Ecco qual è il fine del lavoro: ottenere risultati, possibilmente positivi e non negativi, neppure parzialmente.
Certo, si verificano avversità sul percorso nel quale ognuno di noi impegna le proprie energie. Avversità che fanno sviare dal raggiungimento degli obiettivi, in tutto o in parte. Ma la nostra capacità deve sempre tentare di superare le difficoltà con mentalità positiva, non perdendo mai di vista i punti che si intendono raggiungere.
Non tutte le persone ragionano in questa maniera, anzi riteniamo che siano una minoranza, il che è un peccato.
 
Si pagano i risultati non il lavoro inutile. Questo dovrebbe essere il precetto generale dei viventi, sia che ne svolgano uno attivo, come quello in aiuto degli altri, o un altro per educare i ragazzi, come dovrebbero fare i nonni e gli zii. Questi ultimi non possono e non devono essere amici dei nipoti perché hanno l’onere di dimostrare con il loro esempio e con i loro comportamenti come va condotta la vita, non concordare l’iter.
I giovani non si educano a parole. Per formarli sono più efficaci i modi di vivere e di ragionare su questioni concrete. Anche quelle filosofiche, matematiche e letterarie lo sono, perché prendono spunto dagli accadimenti che si sono verificati in questi millenni oltre che dalle vicende di tutti i giorni.
Da queste è difficile distaccarsi, perché non si riesce a confrontare i fatti diuturni con quelli che si sono verificati nel passato, da che la falsità del detto: “Storia magistra vitae”.
 
Nel nostro Paese se tutti ci attenessimo al principio che ribadisco - il lavoro non è un fine ma un mezzo per raggiungere obiettivi che si tramutano in risultati - tutta la Comunità farebbe un enorme progresso. Vi è una fetta di Paese, per esempio la burocrazia, che dovrebbe invertire il suo modo di funzionare. Lavorare per risultati, pagare risultati e non il lavoro inutile.
Si potrebbero fare un’infinità di esempi su chi raggiunge risultati e su chi non li raggiunge. Provate a pensare all’imprenditore, al banchiere, al professionista, all’artigiano, all’agricoltore, al dirigente pubblico e privato, al magistrato, al professore e ad altre figure. Quale di queste figure, secondo voi, lavora per raggiungerli?
Non voglio suggerirvelo. Lascio a voi la valutazione relativa e la considerazione che si potrebbe fare per far funzionare bene l’Italia o farla progredire al pari delle nazioni più evolute.
Solo in un ambiente collettivo in cui tutti funzionano con sinergia, il progresso può marciare. Diversamente rimane un deleterio galleggiamento.

Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus