Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Il non-merito costa sei miliardi
di Carlo Alberto Tregua

Sicilia clientelare e assistenziale

Tags: Clietelismo, Sicilia, Merito, Pil, Luca Cordero Di Montezemolo, Sergio Marchionne



Secondo un rapporto della Luiss, l’assenza di merito costa al sistema-Italia 2500 euro a persona. In Sicilia, in rapporto al Pil, la perdita si può stimare in oltre sei miliardi di euro. Non si tratta di calcoli teorici, bensì concreti, che misurano l’inefficienza e la mancanza di concorrenza.
Luca Cordero di Montezemolo, nel presentare il rapporto, ha fatto l’esempio di Sergio Marchionne, sottolineando che egli è stato scelto non perché fosse il figlio di qualcuno o della zia di qualcuno, ma perché è un grande manager, qualità che poi ha dimostrato sul campo.
Se il sistema-Italia e il sistema-Sicilia funzionassero in base a merito, concorrenza e competitività, il Pil farebbe un grosso balzo in avanti e la spesa corrente si decurterebbe di oltre un terzo. Diffondere il merito significa anche educare i cittadini al principio del dovere, che viene prima di quello del diritto.

Fare il proprio dovere significa studiare, sacrificarsi, applicarsi, in altri termini fare tutto quello che è in nostro potere per raggiungere obiettivi e per essere utili agli altri. La classe dirigente, per suo conto, ha il dovere di diffondere la concezione del merito come virtù pubblica, virtù ancor oggi estranea a molti cittadini, estranea alla politica ed estranea alla burocrazia. Come ad esempio la nomina di un primario ospedaliero o di un dirigente dello Stato, della Regione o dell’ente locale, conseguente all’appoggio di cattivi politici, i quali scelgono più per fedeltà che per professionalità, la dice lunga sulle responsabilità di chi deve guidare le istituzioni.
I cattivi politici mettono i loro fedelissimi nei posti-chiave perché, agendo da tappetini, a loro volta piazzano ulteriori nullità in altri posti. E così via. Questa si chiama cultura del favore, che è esattamente contraria alla cultura del merito.

Il vulnus maggiore è nella formazione scolastica, universitaria e accessoria: ci riferiamo, per esempio, a quella regionale. È proprio la formazione la chiave per lo sviluppo di una società. Avere professionisti validi, che conoscano bene l’oggetto della loro attività e che abbiano voglia di fare sacrifici e di impegnarsi, significa dare propulsione al sistema di quella collettività e, soprattutto, spingere tutti i partecipanti al bene pubblico, a lottare contro gli avversari, cioè coloro che fanno l’interesse personale e dei propri accoliti.
Non si può fare di tutta l’erba un fascio: in tutti gli strati sociali vi sono professionisti preparati e altri che non lo sono per niente, ma il vero crinale del lavoro si trova quando si mette a confronto il settore privato con quello pubblico. Nel primo è certamente presente il merito. Senza di esso le imprese fallirebbero. Nel secondo, non c’è cassa integrazione, non c’è crisi, non ci sono licenziamenti, non ci sono selezioni. Tutti vanno avanti per inerzia, senza obiettivi e senza slanci di entusiasmo.

Il valore del merito impone la scelta dei migliori, la corsa verso l’efficienza con l’obiettivo dell’eccellenza. Quelli bravi e capaci vanno avanti, gli altri restano indietro, quasi una selezione naturale della specie, senza che nessuno si adombri se riceve meno in quanto produce meno. In questo concetto non rientra quello del profitto, perché il profitto si può ottenere anche non essendo efficienti, ma utilizzando rendite di posizione, monopoli, oligopoli e altre forme esclusive che sono l’antitesi della concorrenza e della competizione.
Funzionare tutti al meglio, secondo uno sforzo comune, è indispensabile in Sicilia, ove l’arretratezza relativa rispetto alle regioni del Nord è rimarchevole. Se dall’esportazione depurassimo il valore del raffinato, ci accorgeremmo che la Sicilia è l’ultima regione d’Italia.
Oggi c’è ancora il coraggio incivile di pensare di immettere nella pubblica amministrazione decine di migliaia di siciliani privilegiati e raccomandati, detti precari, i quali non hanno né arte né parte e sperano di ottenere un assegno comunque sia, pur non facendo niente. Un’autentica vergogna, che deve cessare, spiegando senza tentennamenti che va avanti chi sa e chi ha valore, dimostrato con rigorosa e opportuna selezione.

Articolo pubblicato il 01 maggio 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus