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Senza investimenti Comuni paralizzati
di Paola Giordano

I dati forniti dal Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici parlano da soli. Così il gap infrastrutturale ed economico Sicilia-resto d’Italia è destinato ad aumentare. Gli Enti locali siciliani destinano cifre ridicole a spesa produttiva, sviluppo e occupazione. Per fortuna alcuni Comuni riescono ancora a finanziare progetti che generano crescita e sviluppo



PALERMO – Che le casse dei Comuni siciliani siano sempre più a secco non è una grossa novità.
Da Nord a Sud, gli Enti locali di tutta la Penisola sono costretti quotidianamente a far quadrare conti messi sempre più a dura prova dalla scure dei tagli impartiti da Stato e Regioni.
 
Nonostante le risorse siano ormai ridotte all’osso, alcuni Comuni riescono però ancora a stanziare quote non indifferenti delle proprie uscite in progetti che, a lungo termine, producono beni durevoli e servizi utili per la comunità e che generano, al contempo, crescita e sviluppo. Altri, invece, non riescono a “vedere oltre la siepe”.
 
Dati alla mano, i Comuni siciliani rientrano, neanche a dirlo, in quest’ultimo caso, dimostrando ancora una volta di essere poco “lungimiranti” e di non pensare al futuro.
 
A parlare sono le cifre del Sistema informativo sulle operazioni degli Enti pubblici (Siope), la struttura di rivelazione telematica nata dalla collaborazione tra Ragioneria dello Stato, Banca d’Italia e Istat che monitora gli incassi e i pagamenti effettuati dai tesorieri di tutte le Pubbliche amministrazioni.
 
Lo scenario che emerge dall’analisi della spesa in conto capitale, relativa allo scorso anno, degli Enti locali isolani è, infatti, poco confortante: gli importi destinati alla realizzazione di infrastrutture, all’acquisizione di immobili o, più in generale, a quelle spese riferite a investimenti atti a produrre ricatude positive per sviluppo e occupazione, non vanno oltre i 20 milioni di euro in sette casi su nove. Solo Palermo e Messina, in termini di valore assoluto, hanno superato tale soglia, con somme che si attestano rispettivamente intorno ai 34,6 e ai 21,1 milioni. Cifre considerevoli che, rapportate al numero di abitanti, si rivelano però insoddisfacenti: il capoluogo di Regione investe a cittadino appena 51,4 euro, mentre nella città sullo Stretto gli euro pro capite non supera quota 90 euro.
 
Ad eccezione di Ragusa, che di milioni ne ha investiti quasi 11, gli altri sei Comuni registrano cifre ben più basse: Agrigento stanzia per i suoi quasi 60 mila abitanti poco più di 1,5 milioni di euro, mentre Trapani, che conta circa 68 mila abitanti, si ferma ad appena 906 mila euro. Il Comune di Siracusa arriva a poco più di 9,4 milioni, a fronte di una popolazione che supera nettamente i 120 mila abitanti. Per ognuno dei suoi oltre 300 mila abitanti, la città etnea investe 29 euro scarsi, pari complessivamente a 9 milioni. Chiude il cerchio, infine, Enna con appena 2,3 milioni.
 
Si tratta pur sempre di milioni di euro, non di bruscolini, che suddividi per il numero di abitanti presenti sul territorio mostrano quanto poco peso gli Enti locali isolani diano nei loro bilanci alla cosiddetta spesa produttiva: solo un Comune capoluogo su nove – vale a dire Ragusa – registra una spesa destinata agli investimenti che supera abbondantemente la quota dei 100 euro ad abitante. Gli altri otto riservano alle uscite “proficue” cifre irrisorie che, nei casi di Catania, Agrigento e Trapani, sono ben al di sotto dei 30 euro pro capite.
 
Ma è dal confronto tra gli importi stanziati dalle nostre città per i capitoli di spesa produttivi e quelli destinati alla stessa finalità dai Comuni dell’Italia centro-settentrionale aventi un analogo numero di abitanti che però si evince quanto gli Enti locali isolani siano poco lungimiranti. Vediamo, caso per caso, per chi pende l’ago della bilancia, partendo dai tre capuoluoghi più popolosi: Palermo, Catania e Messina.
 
Delle tre è il capoluogo palermitano ad aver riservato la fetta di spesa più consistente agli investimenti (34,6 milioni), pari a poco più di 50 euro ad abitante. La quale però non basta a “battere” la cugina Genova, che è riuscita a vincolare per gli investimenti quasi 131 euro a cranio. Catania, che tra le siciliane risulta tra le città più “parsimoniose” in termini di investimenti, per ogni suo abitante stanzia 19 euro scarsi, vale a dire circa 240 euro in meno rispetto a Firenze che con i suoi 273 euro batte senza appelli il capoluogo isolano. La quota a cranio destinata dal Comune di Messina alla spesa produttiva è invece più alta rispetto a quanto corrisposto da Verona. Il che, tradotto in spesa pro capite, indica che la città di Romeo e Giulietta ha investito quasi 62 euro, mentre sullo Stretto di euro ne sono stati mediamente impiegati una novantina.
 
Siracusa, con i suoi 78 euro ad abitante è distante anni luce rispetto ai quasi 152 euro del Comune di Bergamo, così come Trapani (13,35 euro pro capite) con Viterbo (78,14 euro) ed Enna (85,25 euro) con Verbania (150,55 euro). I 26 euro di Agrigento non bastano contro i 138,56 euro del Comune di Benevento, che tra le diciotto città analizzate risulta essere il terzo Ente più orientato allo sviluppo, dopo Firenze e Bergamo. Gli unici siciliani che dal confronto con il Centro-Nord escono vittoriosi, seppur di poche decine di euro, sono, oltre Messina, Ragusa, che rispetto ai 112 euro di Pavia, a parità di abitanti, investe 149 euro (quasi 40 euro in più) e Caltanissetta, più “virtuosa” di Savona di una ventina di euro.
 
Alla dura legge che governa le scelte di qualsiasi amministrazione locale importa solo il pareggio di bilancio. Ed è il peso che si dà ai vari capitoli del documento economico che fa la differenza. Soltanto investendo in progetti a lungo termine, capaci di creare occupazione e sviluppo infrastrutturale, sarà possibile consentire all’Ente locale, ormai costretto dalle logiche dei tagli dall’alto a reggersi sempre più sulle proprie gambe, di incrementare le entrate e – aspetto che non guasta – alzare l’asticella della qualità dei servizi offerti ai cittadini.
 
Senza investimenti, dunque, non c’è futuro per i nostri Enti locali. Occorre cambiare passo.
 

Articolo pubblicato il 12 settembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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