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Quotidiano di Sicilia

Giuseppe Onufrio (Greenpeace): "Rinnovabili e mobilità elettrica per contrastare l'inquinamento"
di Anna Maria Verna

Forum con Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo Greenpeace Italia

Tags: Giuseppe Onufrio, Greenpeace



Quali sono le azioni che Greenpeace suggerisce per una migliore qualità dell’aria?
“Sicuramente l’eliminazione del diesel e il passaggio ai motori elettrici. Da una ricerca che la Commissione europea ha richiesto all’Oms nel 2013, è emerso che anche gli ossidi di azoto hanno effetto diretto sulla salute e circa la metà di tali sostanze proviene dai diesel. È necessario, quindi, eliminarle progressivamente. A seguito del Dieselgate, lo scandalo sulla falsificazione delle emissioni, è emerso che, mentre nelle auto a benzina gli ossidi di azoto sono catalizzabili, nei diesel no. Ci troviamo in un momento di grande trasformazione dell’industria, ancora poco percepito in Italia: lo slittamento verso la motorizzazione elettrica a emissione zero”.
 
 
Qual è la vostra posizione in merito allo sviluppo e alla promozione delle energie e delle fonti rinnovabili?
“Sono un comandamento assoluto. A suo tempo furono incentivate dal Pacchetto 2020 dell’Ue, con una politica lungimirante. Vi è stato poi un investimento colossale della Cina che ha portato a far scendere drasticamente il costo del kwh solare. La Cina, uno dei Paesi più inquinanti, è anche uno di quelli che più investe nelle soluzioni, anche per risolvere gravi problemi di inquinamento interni. I grandi colossi si stanno muovendo nella direzione dell’auto elettrica, una trasformazione industriale importante e amica dell’ambiente. Sarà anche una rivoluzione della mobilità se sarà affiancata da sharing, riduzione delle auto e creazione di infrastrutture per la mobilità collettiva. In Italia siamo all’avanguardia nel settore elettrico, ma in retroguardia sotto altri punti di vista, dato che le industrie automobilistiche come la Fiat nelle rinnovabili non ci hanno mai creduto. Il nuovo motore sarà formato da una pochi pezzi, stampabili in 3D, e consentirà la creazione di tipologie di veicoli che oggi nemmeno riusciamo a concepire. Alla vigilia di questo cambiamento c’è un problema di grande resistenza del vecchio mondo. Fino a oggi ha comandato chi sapeva fare i motori; nel nuovo sistema basterà una semplice dinamo che darà all’auto elettrica performance inimmaginabili. Per quanto riguarda le ricariche, sicuramente le grandi aziende offriranno nei garage servizi di caricabatterie flat a ricarica rapida, se non istantanea. La classe media accoglierà con favore questo cambiamento. Io, piuttosto, sono pessimista sul versante ambientale perché il clima sta peggiorando più rapidamente di quanto pensiamo. Tale cambio potrebbe avere proporzioni bibliche. Gli africani arrivano qui anche perché l’80% del loro territorio non ha più acqua. In Africa bisognerebbe fare un Piano Marshall a livello europeo per la resistenza idrica, perché se non c’è acqua c’è emigrazione”.
 
Come immagina il futuro del pianeta?
“Siamo a una svolta secolare. Le cose stanno andando nella direzione giusta, ma troppo lentamente. La grande assente, purtroppo, è la politica. Serve una politica che ascolti di più e che si allinei con le criticità e le tendenze migliori che già sono in campo. Vedo un’attenzione crescente da parte del mondo finanziario e una resistenza, invece, da parte dei settori perdenti. Qualunque ragionamento infrastrutturale che parta dai presupposti del secolo scorso è sbagliato. Dobbiamo eliminare i prodotti a combustione e trasformarli in elettricità. Storicamente, dove c’è l’elettricità l’innovazione arriva prima. Non so se il mercato recepirà tali innovazioni e si organizzerà velocemente intorno a esse, ma è l’unica speranza che abbiamo per salvare il mondo. Non bisogna tornare alla candela ma avere uno stile di vita meno consumistico, superare l’usa e getta, avere più cura delle nostre città, aumentare le aree verdi per contrastare le ondate di caldo, che arriveranno sempre più forti. Il mondo si salverà con maggiore innovazione, riscoprendo versioni moderne di soluzioni antiche e con una cooperazione internazionale basata sulla tutela dei beni comuni, specie ambientali. Ci vuole una politica industriale che faccia di questo il centro. Ormai gli investitori stessi guardano alla sostenibilità perché se non è sostenibile l’investimento è a rischio. Serve mettere queste idee al centro del ciclo economico e fare di questo la nostra economia. Noi di Greenpeace siamo una società di attivisti e gli attivisti sono per natura ottimisti: per esporsi come facciamo noi bisogna essere convinti che facendo gesti eclatanti qualche cosa possa cambiare”.
 
Cosa ne pensa Greenpeace del biodiesel? E dello smaltimento dei rifiuti?
“Contestiamo il biodiesel perché produce ossidi di azoto e particolati. Inoltre, le piantagioni energetiche mettono in competizione la produzione di cibo con la produzione di energia. Sul trattamento dei rifiuti siamo contrari ai termovalorizzatori perché inquinano e sono spesso in mano alle mafie. Il recupero di materia è l’obiettivo da perseguire, assieme alla riduzione dell’uso di alcuni materiali. Per l’organico abbiamo esempi di regioni virtuose, come la Sardegna, che produce organico richiestissimo dai coltivatori locali. La gestione della plastica è la più fastidiosa: non pesa ma è voluminosa e spesso finisce a mare. Conta poco sostituire i volumi di plastica con altrettanti volumi di bioplastica. Meglio cambiare materiali facendo opera di persuasione sull’industria per modificare il packaging e ridurre i volumi. La microplastica in mare è pericolosissima e ben vengano i provvedimenti per limitare la vendita di plastiche monouso da parte di sindaci come quello di Lampedusa o delle isole Tremiti. A proposito di Sicilia, riteniamo poco utile la costruzione del Ponte sullo Stretto. Potrei suggerire in sostituzione i traghetti elettrici che esistono già in Cina. Abbiamo anche ideato il Plastic radar, chiedendo ai cittadini di segnalarci i rifiuti in plastica nei mari e sulle spiagge italiane. Dobbiamo abbandonare progressivamente il petrolio, anche se le plastiche non mono-uso legate alla componentistica o ai mobili avranno ancora un senso quando daranno luogo a oggetti di lunga durata. Il problema sono sacchetti e bottiglie che finiscono ovunque e anche la pellicola alimentare in pvc, che contiene ftalati che si disperdono al contatto con i grassi. Il nostro Sud, che con il suo sole ha per natura una vocazione energetica, potrebbe trarre grande giovamento dalla creazione in loco di impianti legati alle rinnovabili”.
 
 
Cosa ci dice degli inquinanti nei tessuti?
“Sui prodotti con sostanze elasticizzanti che troviamo nel tessile siamo attivi da anni. Hanno un impatto pesante perché entrano in catena alimentare e danno un segnale femminilizzante che incide sulla fertilità maschile. La campagna Detox del 2013 promuove la sostituzione di 450 sostanze chimiche nocive presenti nei tessuti. La campagna è nata per tutelare Cina, India e Messico dove sono delocalizzate alcune industrie europee. In Italia hanno aderito gruppi come Valentino, Miroglio e Benetton. In meno di un anno le aziende sono riuscite a trovare numerose alternative non tossiche senza variazioni nei costi. Ci ha fatto piacere essere contattati anche dal Distretto di Prato, con cui ora collaboriamo con successo. Insieme a Confindustria abbiamo proposto di creare un Consorzio nazionale in cui Prato fa da sportello unico. Le politiche ambientali non richiedono sacrifici, ma innovazione. Questa si fa dove ci sono aziende medie, anche a conduzione familiare, con figure intraprendenti”.
 
Che rapporti avete con Enel?
“Hanno cambiato i loro piani industriali dopo nove anni di nostri attacchi. Ora sono il primo gigante energetico nel mondo, fra i primi produttori di elettricità, con alle spalle investimenti, intelligenza e ingegneri. In Italia notiamo l’assenza di politiche industriali dell’innovazione e pesa il fatto che si tardi a capire come all’interno di queste politiche vada inserita la sostenibilità ambientale”.
 
E i rapporti con il Governo?
“C’è ancora poca sensibilità. Io ho cinque o sei interlocutori nel mondo politico, mentre la mia omologa tedesca ha addirittura il cellulare della Merkel. Parliamo, invece, con molti imprenditori perché le imprese, spesso sono internazionalizzate, sono abituate a certe richieste e ci ascoltano”.

Articolo pubblicato il 29 settembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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