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Quotidiano di Sicilia

Ma i tecnocrati non sono tecnici
di Carlo Alberto Tregua

Quei servitori degli affaristi



Tecnocrate è un neologismo che indica colui che della sua attività professionale ne fa una sorta di guida politica. Con questo comportamento invade il campo di chi ha il dovere di fare scelte e prendere decisioni secondo criteri di equità.
La tecnocrazia deriva da un movimento di tecnici ed economisti che ebbe diffusione negli Usa. Il nome tecnocracy fu dato da Howard Scott al gruppo di lavoro da lui costituito nel 1931.
Al giorno d’oggi il senso è degenerato ed è diventato quasi un’invettiva contro coloro che si sono appropriati di una mansione che non era di loro competenza.
La definizione tecnocrati è usata ossessivamente dai cosiddetti sovranisti i quali inviano anatemi a tutti coloro che nell’Unione europea gestiscono la burocrazia, perciò dovrebbero essere denominati burocrati.
La questione lessicale non cambia la sostanza, burocrate o tecnocrate è sempre colui che non serve i cittadini ma se stesso, gli affaristi, i centri di potere, i nuclei finanziari e tutti coloro che spolpano il popolo.
 
Non è dunque sbagliato indicare un tecnocrate come un epiteto. Tuttavia bisogna distinguere chi si comporta in modo distorto dai tecnici, che invece hanno una missione estremamente importante, che consiste nel far funzionare la Cosa pubblica.
Non c’è bisogno di tecnocrati ma un grande bisogno di tecnici, cioè di professionisti coscienziosi, preparati, che siano in condizione di attuare le direttive politiche e quelle del Parlamento, che si trasformano in leggi dello Stato.
La questione è proprio qui: le leggi sono scritte malissimo, quasi mai in un italiano corrente e fluido, con frasi ingarbugliate che richiamano parole e commi di altre norme, con un sistema anacronistico d’intagli che hanno lo scopo di non fare capire nulla al normale lettore.
Quanto sarebbe più facile, anziché scrivere richiami di altre norme, cancellarle e redigere il nuovo testo che assorbisse quella modificata. Ma questo renderebbe più facile e più accessibile la lettura delle leggi, per cui non si deve fare, in modo che i cittadini restino ignari e in balia dei tecnocrati. Essi rappresentano i novelli sacerdoti per la gestione del sapere.
 
Provate a leggere, se volete conferma di quanto scriviamo, una qualunque legge di bilancio degli anni precedenti. Di solito viene approvata mediante la fiducia posta dal governo su un articolo unico con 7/800 commi messi in sequenza senza alcun ordine o raggruppamento per materia disciplinare.
Si potrebbe obiettare che il modo di fare le leggi interessa poco i cittadini. Non è così, perché ogni membro della Comunità ha il diritto di sapere che cosa può o non può fare, anche perché vige il principio popolare che la legge non ammette ignoranza cioè deve essere osservata da tutti e a nessuno è consentito di far finta che non esista.
La legge di bilancio dello Stato è diventata una sorta di omnibus che imbarca questioni non proprio pertinenti alla stessa. Eppure diventa efficace con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale lasciando poi alla magistratura il compito di applicarla dopo averla interpretata: un compito difficile proprio per la contraddittorietà insita nel complesso delle leggi, le quali anziché dipanare la matassa contribuiscono a ingarbugliarla.
 
Se la burocrazia italiana, regionale e locale, è nel caos più completo la responsabilità primaria è del Parlamento, dei Governi, delle Giunte regionali e dei sindaci, perché non adottano sistemi professionali e tecnici e obbligano chi ha il compito di gestire i servizi pubblici a produrli nel modo più efficiente e ai costi più bassi.
Non ci risulta che in qualsivoglia ramo della burocrazia esista il conteggio del rapporto tra costi e benefici. Un contesto tanto sbandierato dall’attuale ministro Toninelli, di cui probabilmente non ha molta cognizione.
Il rapporto costi e benefici si dovrebbe attuare ed essere obbligatorio in tutti i settori della pubblica amministrazione a qualunque livello.
Consiste nel mettere a confronto le spese necessarie (comprese quelle del personale) per far funzionare un servizio ed evaderlo con tempestività, rigore e il minimo dei costi.
Questo può sembrare utopia. Invece è quello che si dovrebbe fare e che dovrebbe accadere. Mai troppo presto!

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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