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Quotidiano di Sicilia

Imprese all'angolo strozzate dall'immobilismo
di Michele Giuliano

Cerved, nel I semestre 2018 +5,7% per i fallimenti in Sicilia (Friuli -23,2%, Emilia Romagna -17,6%). Tra le cause: mancanza di liquidità, credito al lumicino dalle banche, imposizione tributaria, ritardi nei pagamenti della Pa. L’assessore Turano: “Investire per crescere e non per sopravvivere. Puntare sull’innovazione”

Tags: Cerved, Pubblica Amminstrazione, Imprese, Siciila, Girolammo Turano, Umberto Terenghi



Mancanza di fiducia nelle istituzioni, credito al lumicino dalle banche, la morsa dell’imposizione tributaria, ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione e gli strumenti della Regione non effettivamente sfruttati. Gli addetti ai lavori del mondo delle imprese siciliane imputano a questa serie di fattori la crisi del tessuto economico-produttivo a livello regionale. Crisi che è assolutamente specifica, al di là del trend nazionale: perché, mentre altrove si cominciano a intravedere timidi segnali di ripresa, o comunque di “resistenza”, in Sicilia ancora ci sono segnali negativi. Impietoso il confronto con le altre regioni del Nord e anche con quelle del Sud: mentre nell’Isola i fallimenti nel primo semestre del 2018 aumentano del 5 per cento, in Lombardia, Emilia, Piemonte e Puglia diminuiscono dal 2 al 21 per cento.
 
In altre regioni piccole come Molise e Valle d’Aosta addirittura la diminuzione è stata anche oltre il 40%. Chiaro che in questo contesto qualcosa non quadri per la Sicilia che ha fatto registrare la perfomance peggiore in Italia dopo quelle di Calabria e Basilicata.
 
L’indagine statistica è del Cerved, l’Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di impresa nel cui ultimo trimestre fotografa l’andamento delle uscite dal mercato delle imprese italiane, attraverso l’analisi dei fallimenti, delle procedure concorsuali non fallimentari e delle liquidazioni volontarie. Dati tratti dalle visure camerali e integrati, nel caso di informazioni incomplete, dagli analisti di Cerved.
 
Gli addetti ai lavori dell’Osservatorio non nascondono le loro preoccupazioni proprio per alcune regioni meridionali: “In un quadro generalmente positivo, con dei lievi segnali di attenzione sul fronte delle liquidazioni, - si legge nel documento dell’osservatorio - in alcune regioni il miglioramento tarda a manifestarsi. È il caso della Calabria, del Lazio e della Sicilia, in cui il numero dei fallimenti ha continuato ad aumentare nella prima parte del 2018, rimanendo a livelli doppi o comunque molto più elevati rispetto a quelli del 2008”.
 
In Sicilia, nel primo semestre del 2017, a chiudere bottega erano state 385 imprese, mentre nel primo semestre di quest’anno il dato è salito a 407 pari ad un aumento del 5,7%.
 
In Lombardia il dato è in controtendenza: chiusure in calo dell’1,7%; persino in Campania, che vive lo stesso contesto territoriale siciliano, c’è una contrazione addirittura del 9,1%; in Veneto, la regione virtuosa per le imprese, il calo è del 15%.
 
Tra le cause sicuramente i debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, fattore determinante per un eventuale fallimento. Dagli ultimi dati del Mef, il ministero dell’Economia e delle Finanze, emerge che seppur i dati siano in miglioramento, la Sicilia resta tra le peggiori regioni per effetto di questo fenomeno: per il pagamento delle fatture la Pa isolana impiega 69 giorni, mentre la media nazionale è di 35 giorni.
 
“Non si vuole più investire in Sicilia - spiega Michele Sorbera, direttore di Confesercenti Sicilia - perché non si vedono prospettive e a confermarlo ci sono anche i dati sulle chiusure di società non per fallimento ma ‘in bonis’, cioè con bilanci in attivo. Significa che gli imprenditori preferiscono chiudere e magari andare altrove piuttosto che rischiare qui”.
 
E poi c’è la mancanza di liquidità in senso stretto. “Il fallimento delle imprese - aggiunge dal suo punto di vista Giuseppe Spera, presidente di Assci (Associazione per la salvaguardia del credito alle imprese) - è dovuto soprattutto alla drastica restrizione sul credito degli ultimi anni: le banche finanziano sempre meno le imprese e i tassi che si pagano in Sicilia sono più alti rispetto ad altre aree del Paese. La Regione ha un grande strumento in questo settore, cioè l’Irfis che si occupa proprio di credito, ma finora troppo poco è stato fatto per sostenere le imprese. La nostra associazione, ad esempio, è in attesa di una risposta da parte della Regione per creare un tavolo anche con l’Abi, l’Associazione Banche Italiane”.
 

 
La parola a Girolamo Turano, assessore regionale alle Attività produttive
 
Assessore, perchè la Sicilia è in controtendenza rispetto all’Italia con un costante aumento delle imprese che vanno in fallimento?
“L’interrogativo che mi porrei è sulla ‘qualità’ dei fallimenti, perché non tutto è addebitabile genericamente alla crisi o a certe politiche di sviluppo piuttosto che ad altre. Ad esempio sono fortemente preoccupato per la dinamica negativa del settore artigiano dove anche nell’ultimo trimestre è continuata la lenta emorragia delle imprese, mentre credo si debba imparare a guardare diversamente al fallimento delle start-up. In quest’ultimo settore i fallimenti fanno in un certo senso parte del gioco. Più in generale mi pare che nel nostro Paese non si sia ancora sviluppata quella ‘cultura del fallimento’ tipicamente americana che porta in ultima analisi ad imparare dai propri errori”.
 
Gli addetti ai lavori hanno avanzato una serie di problematiche. È d’accordo con la loro disamina?
“Conosciamo tutti bene i problemi. Adesso però è giunto il momento per ciascuno degli attori in capo di fare la propria parte. Per quanto ci riguarda, come Regione siciliana, con il presidente Musumeci abbiamo definito una nuova strategia che mira a investire per crescere e non per sopravvivere. Per far questo però abbiamo bisogno della collaborazione delle imprese che devono garantire il massimo sforzo in termini di innovazione e competitività”.
 
Che misure sta mettendo in campo la Regione per cercare di garantire longevità alle imprese?
“In questi mesi abbiamo cominciato ad intervenire nel percorso di semplificazione amministrativa, ad esempio con la modulistica standardizzata e unificata nei Suap, e ancora ci stiamo preoccupando di incentivare dimensioni ormai imprescindibili nella vita delle imprese come l’e-commerce e l’internazionalizzazione. In quest’ultimo campo in particolare abbiamo pronta una direttiva che rinnova la partecipazione alle fiere. E non dimenticherei la riforma del credito agevolato con la nascita dell’Irca, in questo settore eravamo fermi da decenni”.
 

 
Umberto Terenghi, presidente di Pmi area di libero scambio
 
Secondo l’istituto giuridico italiano il “fallimento” è una procedura concorsuale con cui si sancisce la fine dell’operatività sul mercato di una impresa in stato di insolvenza e si procede alla liquidazione e alla ripartizione del suo attivo.
 
Il fallimento viene dichiarato da un giudice del tribunale in cui ha sede legale l’impresa, che quindi affida la liquidazione dell’attivo ad un curatore che, secondo il dettato della legge 132/2015, ha tempo due anni per completarla.
 
Gli spunti e le analisi di riflessione sono ancora molti per dare una chiave di lettura alla specifica crisi in salsa siciliana: “è cambiato il modello economico - sostiene Raffaele Mazzeo, noto advisor finanziario -. L’evoluzione tecnologica sempre più rapida, è aumentata la velocità dell’economia ed il ciclo di crescita, di maturazione e infine di vita dell’impresa. Il settore bancario e finanziario si sta adeguando al cambiamento.
 
Le banche anticipano la rilevazione dei segnali di crisi al fine di fornire un sostegno alle imprese prima che sia troppo tardi. Anche la legge fallimentare si è evoluta per accompagnare le imprese ad uscire dalla crisi e dalla situazione di insolvenza. Nei prossimi anni aumenteranno le crisi ma miglioreranno i sistemi di recovery. Saranno più frequenti ma meno traumatiche”.
 
“Sono falliti innanzitutto i grandi poli siciliani, il tessile nell’area centrale, quello chimico nell’area orientale e il ferroviario a Palermo, - è l’analisi invece di Umberto Terenghi, presidente di Pmi Area di Libero Scambio - e si aggiunga la crisi diffusa dell’edilizia su tutto il territorio regionale. Poi c’è la concorrenza dell’e-commerce al commercio tradizionale e l’artigianato soffocato dalla burocrazia. La Regione per le piccole imprese è assente e gli interventi non rispondono alle esigenze di questa fascia di aziende. Servirebbe l’esenzione di imposte per 10 anni per le nuove aziende per tornare alla cultura di impresa e incentivare i giovani”.

Articolo pubblicato il 07 novembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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