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Giuseppe Riccardo Spampinato: "Indispensabile razionalizzare le strutture ospedaliere isolane"
di Antonella Guglielmino

Forum con Giuseppe Riccardo Spampinato, segretario regionale Cimo Sicilia

Tags: Giuseppe Riccardo Spampinato, Cimo Sicilia



Che tipo di giudizio esprimete sull’operato dell’amministrazione regionale? Secondo lei, la sanità siciliana è attenta ai bisogni del paziente?
“Non riesco a intravedere un barlume di luce alla fine del tunnel, né a livello nazionale né a livello regionale. Avere delle convergenze concettuali con la politica e con chi gestisce non è difficile, ma l’operatore sanitario, sia un medico o un infermiere, è sempre in prima linea e a contatto con i pazienti, per cui è normale che il cittadino sia al centro dell’interesse della sanità. Un medico che capisce le esigenze e i bisogni del suo paziente molte volte si spoglia del suo camice, svolgendo delle mansioni che non sono consone al suo ruolo. Vi sono addirittura dei casi limite in cui, quando il medico non è in condizioni di dare risposte, viene aggredito e maltrattato. Invece, chi gestisce a livello regionale la sanità non conosce in maniera concreta le problematiche che ogni giorno gli operatori del settore devono affrontare. Quindi, in linea di principio, abbiamo la stessa visione concettuale, ma in pratica abbiamo comportamenti e atteggiamenti diametralmente opposti. Ribadisco il concetto: abbiamo una comunione d’intenti, ma il nostro operato si scontra con la realtà di ogni giorno, con la quotidianità, con i bisogni dei pazienti. Al contrario, l’Amministrazione regionale sanitaria agisce non prendendo in considerazioni le variabili importanti con cui ci dobbiamo confrontare. Purtroppo, sino a oggi, non siamo riusciti a instaurare un dialogo costruttivo con l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza”.
 
 
Secondo lei, è necessario potenziare gli ospedali siciliani?
“Si, ma per prima cosa è necessario razionalizzare le risorse. Siamo passati da una visione catastrofista in cui si prevedeva la chiusura di 17 ospedali a una visione che prevederebbe la riapertura di alcuni nosocomi e il loro potenziamento. Con l’attuale carenza di risorse, sarebbe più utile investire sulle alte specialità, con un attento studio epidemiologico elaborato sui dati della mobilità sanitaria per quelle specialità carenti sul territorio regionale. A mio avviso, inoltre, si creeranno problemi notevoli con la chiusura del Pronto soccorso del Vittorio Emanuele di Catania, spostato al Policlinico, perché tutto il bacino d’utenza del centro si riverserà sul Garibaldi, che non ha la struttura per accogliere tutti questi pazienti che vi accederanno, neanche come sala d’aspetto, o personale medico e paramedico. Occorre tenere in considerazione il fatto che il Pronto soccorso del Vittorio ha una media di circa 80.000 accessi l’anno”.
 
Come Confederazione italiana medici ospedalieri, quali proposte avete avanzato alla Regione?
“Ne abbiamo fatte molte, come per esempio quella sulla rete ospedaliera, su cui siamo intervenuti più volte cercando di raddrizzare la barra. Non si può pensare una rete ospedaliera fantastica senza che ci siano i fondi necessari per realizzarla: quella presentata, purtroppo, non ha la sostenibilità economica. Ancora oggi non è tornata ufficialmente indietro la risposta dal ministero dell’Economia e finanze sui rilievi di fattibilità, nonostante sia passato già un anno. Quindi sono molti gli interrogativi che ci poniamo a riguardo e non capiamo perché ci sia tutto questo ritardo. Attualmente, la rete ospedaliera che è in piedi è quella dell’aprile del 2017, la famosa Ren emanata dall’ex assessore Baldo Gucciardi, il quale la definì una rete ricca di errori e refusi. Per cui, in questo momento noi siamo governati da un sistema ricco di incongruenze, definito in tal maniera da tutto l’arco costituzionale. A questo concetto si aggancia quello delle assunzioni: abbiamo sbandierato ai quattro venti che ci sono state ben tremila assunzioni, ma in realtà è stato soltanto stabilizzato chi ricopriva un determinato ruolo già da tempo. Esiste un grande rischio: se la rete dovesse essere rimodulata si creeranno problemi con il personale che abbiamo stabilizzato, perché nel momento in cui, per ipotesi, si decidesse di chiudere un nosocomio nel quale sono già state stabilizzate alcune figure sanitarie e contemporaneamente si decidesse di potenziare un’altra struttura con carenza di personale, dove andranno questi medici o infermieri che pur avendo diritto alla stabilizzazione si troveranno senza una collocazione certa?”.
 
Secondo lei, l’Amministrazione regionale ha posto in essere strategie utili a eliminare gli sprechi?
“Non riesco a intravedere nessuna manovra da parte dell’assessorato alla Salute che fino a oggi abbia ridotto o eliminato gli sprechi. È vero però che sono state chiuse le Unità operative complesse, circa 103, di cui 70 non operative, quindi hanno creato dei reparti senza primari, risparmiando all’anno circa 700 mila euro.
 
 
Quali altre proposte avete avanzato?
“Abbiamo richiesto l’apertura della fase concorsuale per i posti vacanti con regolare bando di concorso e domandato formalmente quali siano i criteri per la nomina dei direttori generali. Ricordiamo che non sono stati nominati: esiste una short list di nomi papabili per ricoprire i posti mancanti, suddivisa per tipologia di azienda, ma salta subito all’occhio che non vi è un criterio chiaro e generale per la nomina dei nuovi dirigenti sanitari. Un’altra incongruenza consiste nel fatto che vengono convocati i commissari per discutere il budget 2018 delle aziende, mentre la nomina dei direttori avverrà a fine dicembre. La Sicilia rischia il default in ambito sanitario, perché sette aziende ospedaliere sono commissariate e in grave deficit finanziario. Si dovrà trovare rimedio in tempi brevi per scongiurare questa eventualità”.
 
Quale strategie si possono attuare per evitare le aggressioni ai medici?
“Ci sono due metodi: quello sanzionatorio e quello educativo. Quest’ultimo prevederebbe un modello di Pronto soccorso diverso da quello a cui siamo abituati, quindi ampi spazi, divisione dei pazienti secondo codice di triage, un maggiore coinvolgimento da parte dei medici di famiglia e un migliore impiego del personale. Poi vi è il metodo sanzionatorio: quando il medico viene aggredito, alla persona che si è macchiata di questo crimine deve essere applicato il Daspo urbano, vietando a chi ha commesso il fatto di accompagnare un parente al Pronto soccorso, tranne se egli stesso è il paziente che ha bisogno di cure”.

Articolo pubblicato il 16 novembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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