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Petrolio, giù la produzione occorre la dismissione dei siti
di Rosario Battiato

L’Upi ritiene che sia necessario ridurre in Italia il numero dei centri d’estrazione del greggio. Nell’Isola 8 raffinerie, per Milazzo e Gela occorrono investimenti per la sicurezza

Tags: Raffinerie, Petrolio, Milazzo, Gela



PALERMO - Parafrasando un titolo cinematografico dei fratelli Coen si potrebbe dire che non è un paese per raffinerie, perlomeno non più.
Proprio questo risulta da una comunicazione dell’Unione Petrolifera che precisa come si avverta la necessità di ridurre la presenza le raffinerie in Italia, e di conseguenza in Sicilia dove risiedono ben otto siti produttivi.

“Il settore della raffinazione è - si legge nel consultivo dell’Unione Petrolifera - quello che evidenzia le criticità maggiori determinate dal mutato contesto economico. La situazione di forte crisi dell’anno appena trascorso potrebbe evolversi a breve verso un quadro ben più drammatico”. Secondo quanto emerso dal consuntivo 2009 dell’Unione Petrolifera “i consumi di prodotti petroliferi sono ormai in contrazione da diversi anni (2004-2009, -16% pari a circa 15 milioni di tonnellate) e le esportazioni, che negli anni precedenti avevano rappresentato una possibilità di bilanciamento.

Secondo un recente studio di Wood McKenzie, i consumi di benzina in Italia passeranno dalle 12,5 milioni di tonnellate del 2008 ai 9 milioni nel 2015. Crescerà inoltre la concorrenza sul Piano industriale, essendo in fase avanzata di costruzione nuova capacità di raffinazione al di fuori dell’Europa ed in particolare nel Far East (segnatamente Cina e India) dove gli operatori possono contare su un sistema di agevolazioni e sussidi”. In conseguenza di questo calo delle vendite, ci sono reali probabilità di cambiamenti nell’assetto del settore della raffinazione nel nostro paese dal momento che “alcune raffinerie - commentano dell’Up - dovranno chiudere con conseguenze sul piano sociale per nulla tranquillizzanti”. Tra i siti segnalati come passibili di chiusura ci sono Livorno e Pantano in cerca di compratori; Falconara che ha 92 esuberi e Taranto e Gela che stanno subendo fermate provvisorie.

Tuttavia l’impatto avrà certamente un rilievo importante nell’Isola, dove risiedono ben 8 raffinerie, quindi un piano di snellimento potrebbe potenzialmente partire proprio da qui. Una serie di fattori tra l’altro farebbe rientrare proprio l’isola tra gli obiettivi sensibili per la diminuzione delle sue numerose raffinerie. Da una parte ci sono le difficoltà che stanno avendo diversi impianti isolani, come la Raffineria di Milazzo che dovrà investire 250 milioni di euro per rispettare le prescrizioni indicate dal ministero per poter avere accesso all’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). Un settore quindi, dove costano gli aggiornamenti e che in Sicilia è particolarmente vetusto. Infatti, alcuni impianti della Raffineria di Milazzo risalgono agli anni ’60, da questo “un possibile taglio delle lavorazioni di greggio nelle raffinerie di circa 20 milioni di tonnellate – commentano dalla Up - con una riduzione della produzione i carburanti e combustibili pari a circa 12 milioni di tonnellate”.
 

 
PALERMO - Nell’ambito di un contenimento del settore raffinerie non può certamente mancare il coinvolgimento della Sicilia, che da decenni subisce la presenza delle raffinerie sul proprio suolo, a danno del benessere ambientale e della salubrità degli isolani. L’ultimo rapporto dell’Up sullo stato della produzione italiana certifica la Sicilia come una delle regioni leader per la produzione di greggio a terra pari a 544 migliaia di tonnellate nel 2007, in calo rispetto a 704 migliaia di tonnellate del 1997. Tra la produzione a terra solo la Basilicata può permettersi di superare l’Isola con una produzione pari a 544 migliaia di tonnellate di greggio. Inoltre la Sicilia, può vantare attualmente una capacità di raffinazione pari al 37,5%. A questo punto della congiuntura internazionale ci sono una serie di rischi cui è esposto il mercato. Proprio l’Unione Petrolifera sottolinea la “notevole perdita di competitività e sensibile riduzione dei margini di raffinazione già in atto in Italia ed in Europa e la pericolosa esposizione del mercato nazionale alle importazioni di prodotti finiti extra-Ue”.

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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