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Quotidiano di Sicilia

Giuseppe Ricci: "Alimentare l'economia circolare utilizzando i rifiuti come risorsa"
di Paola Giordano

Seconda parte del Forum con Giuseppe Ricci, Chief refining e Marketing officer di Eni

Tags: Giuseppe Ricci, Eni



Pensa che il modello di Gela si possa replicare anche negli altri Siti d’interesse nazionale siciliani?
“Si può replicare come modello, non certo fare altre bioraffinerie perché Gela e Venezia bastano per metà Europa. Il mercato dei biocarburanti non è infinito. È però importante, come abbiamo auspicato quando è stata redatta lo scorso anno la Strategia energetica nazionale, che venga stimolato lo sviluppo di modelli simili, cioè di trasformazione che si basano sulla valorizzazione delle competenze e delle infrastrutture. Quando circa sei anni fa abbiamo sviluppato il processo di riconversione abbiamo provato a tracciare la fattibilità economica per mettere in piedi un impianto nuovo, ma i conti non tornavano perché la realizzazione dell’infrastruttura a supporto e la formazione di tutte le competenze sarebbero stati investimenti che non avrebbero restituito l’economicità del progetto. Da qui è venuta fuori l’idea di utilizzare e trasformare gli impianti esistenti”.
 
Il vecchio che incontra e si plasma con il nuovo: la parola d’ordine è quindi recupero. Delle infrastrutture, delle competenze ma anche di materie prime per produrre energia. In quali campi vi state muovendo per trovarne di nuove?
“Il nostro obiettivo è raccogliere sempre di più materiali di scarto e generare nuove fonti di produzione, nuove cariche, come le definiamo. Il progetto pilota che stiamo portando avanti a Ragusa, di sviluppo delle alghe cha assorbano l’anidride carbonica, una sorta fotosintesi clorofilliana accelerata, tende a produrre a livello industriale un olio che sarà l’alimentazione di Gela. Abbiamo poi delle sperimentazioni in Tunisia con l’olio di ricino, altra coltura non edibile, che cresce nei terreni aridi e ha bisogno di poca acqua e non potabile, da cui si può estrarre un ottimo olio alternativo agli oli vegetali tradizionali di prima generazione. Poi ci sono gli oli di frittura e i grassi animali (Venezia già oggi è alimentata al 20% con gli oli di frittura e sta testando i grassi animali), che saranno anch’essi alcune delle cariche che utilizzeremo a Gela. Partiremo soprattutto con oli vegetali semplici, perché all’inizio l’impianto sarà in fase di rodaggio, quindi nella fase iniziale deve utilizzare solo cariche pulite, e poi pian piano testeremo sempre nuovi oli. L’obiettivo è riuscire a produrre con il 100% di cariche alternative, da scarti, rifiuti o materiali completamente fuori dalla prima generazione, entro il 2030, secondo la normativa europea. Probabilmente arriveremo con anticipo all’obiettivo. Questo modello di tecnologia è interessante perché non è statico, ma dinamico. È una sperimentazione continua. Del resto oggi la migliore alternativa al fossile sono i biofuel perché le altre soluzioni, come l’elettrico e l’idrogeno, necessiteranno ancora decenni per avere sviluppi significativi. Gli impianti di Venezia e Gela possono facilmente utilizzare qualsiasi materia prima di scarto. Aspettiamo soltanto che si sviluppi il mercato”.
 
 
E sul fronte del rinnovabile?
“Ci stiamo muovendo anche in questo campo: alcune delle attività di bonifica che sta conducendo Syndial, società ambientale di Eni, sono propedeutiche all’utilizzo dei terreni per altre attività come, appunto, la realizzazione di campi fotovoltaici. La nostra idea è quella di realizzarne su terreni messi in sicurezza permanente ma che non sono utilizzabili per altre attività. Continuare a sviluppare il fotovoltaico occupando dei terreni buoni per l’agricoltura non è sostenibile al 100%. Utilizzare invece i terreni marginali, anche solo quelli che sono vicini agli impianti industriali e quindi non possono essere facilmente utilizzati per altre attività può essere molto interessante. Questi progetti stanno andando avanti e presto avremo a regime più di 10 megawatt di fotovoltaico suddivisi in tre, quattro campi. Anche questo è un processo in divenire”.
 
Quali altre iniziative avete in progetto per lo sviluppo della Sicilia?
“Gela è stata nominata da Eni come centro per sperimentare tutte le tecnologie ambientali: al progetto pilota sulle alghe lanciato a Ragusa ne seguirà un altro più grande a Gela. Alla fine dell’anno partirà anche l’impianto sperimentale che sta avviando Syndial per la trasformazione dell’umido della raccolta differenziata in un olio pesante da utilizzare non per la bioraffineria, ma quale carburante per le navi o come alimentazione alle raffinerie tradizionali. La grande sfida sarà quella di promuovere la raccolta differenziata che in Sicilia è ancora limitata. Partirà questo impianto piccolo, con 700 kg al giorno di umido acquisito dalla municipalizzata di Ragusa che si occupa di rifiuti e che ci servirà per testare le rese dell’impianto e costruire il business case. Abbiamo in fase di ingegneria la costruzione di un impianto da 30 mila tonnellate annue, ma ancora semi industriale, a Ravenna, dove è stato fatto un accordo con la municipalizzata Hera dell’Emilia Romagna per avere questo conferimento. Contiamo, dopo la sperimentazione, di avviare impianti da 100-150 mila tonnellate anche in Sicilia. Il tema è che oggi in Sicilia non c’è una raccolta differenziata diffusa e non c’è nemmeno una grande municipalizzata che possa assicurare l’approvvigionamento del quantitativo necessario. Noi non vogliamo entrare nel mondo dei rifiuti e sostituirci a chi c’è già, ma vogliamo essere complementari, non siamo competitor nella raccolta differenziata ma possiamo ricevere l’umido dalle municipalizzate e trasformarlo in olio con la nostra tecnologia. L’impianto di Forsu (Frazione organica del rifiuto solido urbano, nda) potrebbe essere rivoluzionario perché oggi solo poco più del 50% dell’umido che viene raccolto ha una destinazione nel compostaggio, non c’è una richiesta di compost che copra ed esaurisca tutta la produzione di umido, che peraltro aumenterà nel tempo con la raccolta differenziata”.
 
L’obiettivo è quindi quello di arrivare a riciclare interamente tutti i rifiuti?
“Ci arriveremo. Eni si sta impegnando molto nell’economia circolare, perché crediamo che i rifiuti possano contribuire al futuro dell’energia”.
 
L’impianto Forsu della raffineria di Gela
 
Negli ultimi giorni si è riacceso il dibattito sui termovalorizzatori. Qual è la vostra posizione a riguardo?
“Non ci occupiamo del tema dei termovalorizzatori, siamo laici. La combustione diretta del rifiuto viene realizzata in un tipo di impianto che è sempre più osteggiato dalle comunità. Sarà difficile costruirne degli altri, perché nessuno li vuole. Il problema principale è che oggi la maggior parte dei rifiuti viene inviata in discarica e talvolta bruciata fuori controllo, con tutte le conseguenze del caso. Invece di bruciarli o inviarli in discarica, bisogna trasformare i rifiuti in prodotti che possano essere commercializzati. La discarica è difficile da controllare, può essere impermeabilizzata, ma resta una discarica. Noi ci vogliamo mettere in maniera complementare anche rispetto al termovalorizzatore: se c’è bene, ma se l’umido va al termovalorizzatore costa molto di più perché ha una notevole componente di acqua e, per vaporizzarla, il calore che si assorbe è tantissimo rispetto alla resa di energia elettrica. L’economicità quindi è minore. Viceversa, se si fa la liquefazione dell’umido, si può separare l’acqua dall’olio così come si separa il grezzo dall’olio. L’acqua viene mandata nell’impianto biologico e se c’è ancora dell’olio dentro si produce bio gas. È un processo molto più economico. Questo significa che si può abbassare il prezzo di conferimento dell’umido. In questo modo si potrebbero ridurre le discariche e anche il prezzo dell’immondizia per il cittadino”.
 
Quali sono i rifiuti che possono essere riutilizzati?
“Oltre all’umido, la plastica che raccogliamo non è tutta riciclabile, lo è poco più della metà. La parte non riciclabile, che oggi è il 40/45%, in Italia rappresenta più o meno mezzo milione di tonnellate di materiale prodotto ogni anno. E questo va all’inceneritore o in discarica. Senza dimenticare che in alcune zone del Paese, come in Lombardia, ci sono stati 17 roghi di depositi di rifiuti di plastica. Uno è stato pochi giorni fa a Bovisa, a Milano, accanto al Politecnico, ed è durato quattro o cinque giorni. Bisogna anche ricordare che fino al 2017 il plasmix, la plastica non riciclabile, veniva venduta alla Cina, che dal 1 gennaio di quest’anno ha però chiuso le frontiere. La plastica, così come il combustibile solido secondario, l’indifferenziato che rimane dopo aver separato l’umido e aver fatto la vagliatura, sono i tipici combustibili dell’inceneritore. Però si possono riutilizzare. Noi stiamo studiando un processo, con tecnologia già esistente e impianti soprattutto in Giappone, che trasforma con l’ossigeno puro a 1.500 gradi di temperatura questi rifiuti in un gas, che si chiama Singas, gas di sintesi, da cui si può produrre idrogeno o metanolo, dunque prodotti commerciali. Il metanolo può essere utilizzato per produrre di nuovo le plastiche o può essere utilizzato, come abbiamo sviluppato con Fiat, per formulare un nuovo carburante, la benzina al metanolo (20%). L’idrogeno invece possiamo sfruttarlo nella bioraffineria oppure nell’autotrazione: abbiamo avviato un progetto per realizzare una stazione di servizio a idrogeno. Non è la soluzione definitiva, ma una delle soluzioni. Vogliamo sviluppare diverse opzioni, non focalizzarci solo su una tecnologia. E la politica, nazionale ma anche europea, avrà un’importanza fondamentale: dovrà tenere conto sia dell’obiettivo ambientale, ma anche dell’obiettivo di mercato. A vincere dovrà essere la visione d’insieme, non l’individualismo”.

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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