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Quotidiano di Sicilia

I sette peccati capitali della Sicilia
di Carlo Alberto Tregua

Non è pessimismo ma realismo



Parafrasando il libro di Carlo Cottarelli, “I sette peccati capitali dell’Economia italiana”, vogliamo qui elencare, brevemente, i sette peccati capitali della nostra Isola, senza avere la pretesa di disegnare un quadro pessimistico ma, a nostro avviso, semplicemente realistico.
Il primo di essi riguarda la qualità media del nostro popolo, cui sono fiero di appartenere. ma questo non mi impedisce di guardare alla realtà.
La realtà è che l’istruzione e la conoscenza media dei cinque milioni di abitanti è inferiore a quella nazionale. Tale grave carenza è bilanciata dal fatto che vi sono molti siciliani eccellenti, di grandissima intelligenza e perspicacia nelle diverse materie, che primeggiano nel mondo.
Ma non è questa la qualità che risolve i problemi dell’Isola, perché quando la maggior parte della popolazione è affetta da quella malattia che è l’ignoranza, il suo futuro è pregiudicato da un presente che non viene corretto.
 
Il secondo peccato è conseguente al primo, perché un popolo ignorante elegge una Classe dirigente e politica dello stesso livello. Infatti, la nostra Isola è governata da persone che non sono all’altezza della situazione da almeno una generazione. Gli ultimi tre presidenti della Regione, con le relative maggioranze certificano senza dubbio un regresso nella qualità della vita e di tutti gli indici che la formano.
Il terzo peccato capitale è conseguenza del secondo e riguarda la Classe burocratica, nominata a sua volta da quella politica. Una classe politica mediocre nomina una classe burocratica altrettanto mediocre.
Ancora c’è chi si sorprende del fatto che 42 dipendenti della Regione non andassero a lavorare. Finalmente, la Procura ha indirizzato l’indagine sui dirigenti che non potevano non sapere. Come è possibile che un dirigente giri per le stanze vuote dove invece dovrebbero esserci i suoi collaboratori e non muove foglia? Impudenza e impunità sono alla base di questi comportamenti.
Il quarto peccato riguarda l’imprenditoria che non fa quadrato di fronte alle esigenze di un tessuto economico sano, che viene vessato continuamente dalla burocrazia e tartassato dalla politica.
 
Il quinto riguarda la Classe professionale che bada a sé stessa anziché guardarsi in giro e mettere in campo azioni corali di vasta diffusione comunicativa, per costringere i responsabili istituzionali a fare il loro mestiere: prendere decisioni impopolari, con riforme sostanziali delle procedure e con la conduzione ferma della Burocrazia, in modo da evitare arbitrii e comportamenti dannosi per la popolazione.
Il sesto peccato riguarda l’incapacità di guardare e di copiare i modelli virtuosi delle regioni più avanzate d’Europa, per adattarli alla nostra terra, con tutti gli opportuni aggiustamenti.
Spesso chiediamo ai vertici istituzionali: “Se esistono questi modelli virtuosi di funzionamento pubblico, perché non li copiate?”. La risposta è un malinconico “annacamento” della testa e un ampio e sconsolato gesto di allargamento delle braccia.
 
Ed è proprio questo senso di rassegnazione, uno degli elementi che impediscono di ribaltare questa situazione terribile rappresentata dai seguenti fattori principali: Pil quasi a zero, disoccupazione doppia rispetto a quella nazionale (22,1%), quella giovanile al 42%, tasso infrastrutturale pari ad un terzo di quello nazionale, territorio fragile e non curato che grida “Aiuto!”, strade ferrate dell’inizio del secolo scorso, migliaia di chilometri di strade provinciali e comunali in abbandonno, interi comuni isolati, metà dei depuratori fermi, irreggimentazione delle acque non eseguita, reti idriche che perdono il 50% di liquido nei percorsi, molti Comuni in dissesto.
Il settimo ed ultimo peccato capitale riguarda l’estensione a macchia d’olio della povertà e, quasi per conseguenza, il crollo demografico, due aspetti dello stesso problema.
I siciliani bravi partono e depauperano la qualità media dei saperi del popolo. L’inazione delle istituzioni regionali e locali blocca le iniziative economiche e respinge gli investitori, nazionali ed esteri. Con ciò si attiva il processo di accattonaggio che certamente non fa onore ad un popolo che ha gloriose tradizioni, come quello siciliano.

Articolo pubblicato il 04 dicembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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