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Quotidiano di Sicilia

Il nuovo liberal Renzi alla Macron
di Carlo Alberto Tregua

In Francia diverso sistema elettorale



Charles De Gaulle nel 1958 fece riformare la Costituzione dal popolo francese inserendo fra l’altro una legge elettorale che consentiva di eleggere a due turni il Presidente della Repubblica. Quella legge ha dato stabilità al Paese transalpino e sicurezza agli elettori, perché il loro Presidente dura in carica (ora) cinque anni (prima sette) senza che nessuno possa tendergli trabocchetti.
Al Presidente della Repubblica francese la Costituzione dà poteri estesi tra cui la nomina e la revoca del presidente del Consiglio e dei ministri, potere ovviamente bilanciato dal Parlamento formato dall’Assemblea nazionale e dal Senato. Anche i parlamentari sono eletti col sistema elettorale a due turni, il che impedisce tutti gli arzigogoli che capitano nel nostro Paese.
Emmanuel Macron è stato una vera sorpresa che quasi nessuno dei francesi conosceva. Alla sua elezione ha contribuito la débâcle del partito socialista che aveva dato il precedente Presidente Hollande, pessimo e inviso alla maggioranza dei francesi.
 
Ha anche contribuito la forte ascesa del partito sovranista di Marine Le Pen e lo smembramento dei partiti di centro.
Il paesaggio indicato potrebbe assomigliare a quello italiano e quindi si potrebbe ipotizzare l’ascesa ai vertici di un novello Macron. Ma c’è il grave handicap della legge elettorale. Infatti, difficilmente un politico sconosciuto o decaduto potrebbe riuscire ad arrivare alla presidenza del Consiglio. Ciò perché la nostra è una Repubblica parlamentare, per cui è proprio il Parlamento che lo elegge, il quale a sua volta propone al Presidente della Repubblica la nomina dei ministri non per una semplice ratifica bensì per ottenerne il consenso.
Ricordiamo che nell’ultimo governo, il Presidente Mattarella rifiutò di nominare il professore Paolo Savona come titolare del Mef e acconsentì invece alla sua nomina come ministro per gli Affari europei.
Quanto descritto sopra serve per analizzare un barlume di novità nel panorama politico e cioè l’agitarsi di Matteo Renzi e le insistenti voci che lo vorrebbero quale promotore di un suo partito che comprendesse l’ala destra del Pd, tutto il centro e l’ala sinistra del centrodestra. Non vi sembri un gioco di parole.
 
In effetti la classe media, che è il grosso dell’elettorato, oggi non ha una rappresentanza, perché Forza Italia via via dimagrisce in modo consistente, i vari partiti di centro si sono liquefatti, la parte centrista del Pd è in lite continua con la parte sinistra, causa del suo disfacimento.
Conseguenza è che vi è un’area da ricompattare, non poco consistente, che potrebbe addirittura coprire un terzo dell’elettorato. Ecco perché le insistenti voci sulle prospettive di Renzi hanno una loro motivazione logica.
Naturalmente siamo nel campo delle congetture, però dobbiamo guardare avanti, al maggio 2019, quando si svolgeranno le elezioni europee, ma pur in presenza dell’attuale situazione politica, con un governo formato da due partner che sono rispettivamente il diavolo e l’acqua santa, non sapendo quale dei due rivesta la caratteristica del diavolo.
 
Frattanto che tentiamo di disegnare il futuro prossimo politico, ci accorgiamo che il governo gialloverde è sulla via del rinsavimento, riducendo i suoi baldanzosi proponimenti relativamente a reddito di cittadinanza e pensioni, carcerando di fatto la flat tax e ricucendo i rapporti con la Commissione europea.
Dobbiamo dare atto al buon lavoro del presidente del Consiglio - Giuseppe Conte - che è tirato da due lati ma che d’altra parte sta cercando di rimettere in carreggiata l’economia italiana per mantenerla in fase con quella europea.
Gli emendamenti presentati dal governo alla legge di bilancio ormai alla Camera vanno in questa direzione e, come accaduto spesso negli anni passati, possiamo facilmente prevedere che alla fine del percorso parlamentare il governo porrà la fiducia su un articolo unico, formato da 7/800 commi, nel quale sarà condensata la politica economica del 2019.
Verosimilmente, il disavanzo del prossimo anno sarà fissato intorno al 2%, ma quello che preoccupa fortemente è la prospettiva di una recessione (cioè la decrescita del Pil), così denominata se l’indice risultasse negativo per 14 trimestri consecutivi.

Articolo pubblicato il 05 dicembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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