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Giulia Grillo: "Sanità: nessun dualismo pubblico-privati"
di Valerio Barghini

Intervista al ministro della Salute, Giulia Grillo: in primo piano il malato e la qualità dei servizi. Tra le priorità dell’Esecutivo la razionalizzazione della spesa in un’ottica di efficienza

Tags: Giulia Grillo, Sanità



Ministro, partiamo da un dato: a quanto ammontano i costi della sanità in Italia?
“Intorno a 113 miliardi, che diventeranno 114,5 l’anno prossimo”.
 
Lei fa un mestiere difficile, perché ha molti interlocutori e occorre far funzionare bene il sistema sanitario con i soldi a disposizione. Qual è la situazione attuale sul piano della produttività e della competitività nel suo complesso e, in particolare, del rapporto fra sanità pubblica e privata?
“Parto dal secondo aspetto. Il tema sta tutto, a mio avviso, nel finanziamento che in Italia, come per esempio in Gran Bretagna, è a fiscalità generale, per la cui la sanità va a erogare un servizio anche a coloro i quali a quella fiscalità non contribuiscono. Nel nostro Paese vi è un sistema misto. Dunque l’erogatore, vale a dire il soggetto che, pagato con i quattrini provenienti dalla fiscalità generale, fornisce il servizio sanitario, può essere pubblico o privato. Quest’ultimo non va demonizzato. È evidente che il punto di partenza sia il sistema pubblico, che vanta un patrimonio storicamente importante e nel tempo si è dovuto adattare all’espansione e all’invecchiamento della popolazione, ma sul quale non ci si poteva basare in via esclusiva per l’erogazione dei servizi. Quindi in ambito sanitario abbiamo una gamma di prestazioni pagate dal pubblico ma fornite dal privato, che può essere una struttura ospedaliera o un laboratorio di analisi in convenzione. Questi soggetti privati, però, devono avere le stesse caratteristiche di quelli pubblici in termini, per esempio, di assenza di conflitto di interesse o di episodi corruttivi o controllo della qualità. Una gestione del privato da non confondere con il concetto di out of pocket, vale a dire prestazioni erogate fino a quel momento a tutti per le quali lo Stato dice al cittadino: ‘Da questo momento, se vuoi il servizio, te lo devi pagare tu’. O con il modello delle assicurazioni. Questo in Italia ancora non succede: ci sono delle spinte in questa direzione a cui, però, mi oppongo fermamente”.
 
 
Soggetti privati che sono in ogni caso convenzionati e obbligati a emettere i Drg (Diagnosis related groups, Raggruppamenti omogenei di diagnosi) finalizzati alla verifica dell’utilizzo delle risorse pubbliche…
“Certamente. Ripeto: il soggetto privato accreditato che eroga il servizio e lo fa in maniera qualitativamente analoga al pubblico non costituisce un problema fintanto che non ci sono rapporti ‘insani’. Per esempio, io non trovo corretto che il proprietario di case di cura svolga anche attività politica, magari sul suo territorio: possono crearsi delle conflittualità. Detto questo, però, è importante ribadire che il pubblico è impossibile che riesca a costruire tutto il sistema sanitario da solo: il privato è fondamentale, così come fondamentali sono i controlli di qualità”.
 
Si possono così creare delle sovrapposizioni?
“L’erogatore privato deve rispondere a un criterio di fabbisogno reale. Se in un territorio c’è un numero sufficiente di macchine diagnostiche nelle strutture pubbliche, non è necessario accreditare ulteriori studi radiologici privati. È una distorsione tanto quanto l’avere nelle regioni del Sud, dunque anche in Sicilia, strutture di Residenza sanitaria per anziani o centri per la fisioterapia prevalentemente privati. Il rischio è che si crei un monopolio e con il monopolio il privato non soltanto può fare il prezzo che vuole, ma può anche decidere di staccare la spina quando vuole, lasciando la popolazione priva del servizio. Sono ambiti nei quali il pubblico deve essere intelligente e investire in un piano pluriennale per recuperare quel gap di carenza che ha. Detto ciò, ci sono contesti nei quali il pubblico è efficientissimo. Penso, per esempio, ai posti letto per acuti, nei quali la Sicilia va benissimo, anche rispetto ad altre regioni. In ogni caso, il bilanciamento pubblico-privato è un qualcosa che ha senso a livello locale e su cui lo Stato centrale, cui interessa che la Regione con i soldi che ha eroghi prima di tutto i Dea, i servizi d’emergenza, può fare ben poco”.
 
 
Un argomento che ci risulta starle particolarmente a cuore è quello del bonus bebè, riproposto e rifinanziato con 204 milioni di euro per il 2019 e 240 per l’anno successivo. Il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana, ha parlato di un “allarmante calo demografico”, ben 22 mila nati in meno tra il 2015 e il 2017. Cosa può dirci a riguardo?
“Confermo come sia un tema su cui sono molto sensibile ma per il quale siamo ancora all’anno zero. Il bonus bebè, per quanto importante, resta poco più che un aiutino e bisogna fare ancora tanto. Oggi mantenere un neonato è costosissimo: basti pensare che tra pannolini e latte artificiale, poiché non tutte le madri hanno la fortuna di poter allattare naturalmente al seno, una famiglia può spendere fino a 500/600 euro al mese. È evidente che 960 euro di bonus, anche se esso raddoppia per chi ha redditi molto bassi, siano poco più che un aiuto. Aggiungiamo poi il sicuramente altrettanto importante, ma davvero esiguo, incremento del 20 per cento degli importi per il secondo figlio che in Italia rischia di cominciare a diventare, come ho recentemente dichiarato, un bene di lusso. Certo, vanno sommati anche i contributi dei Comuni e quelli delle Regioni. Tuttavia, se si vuole davvero favorire la maternità e la natalità, la strada da percorrere in Italia è ancora lunga”.
 
Uno dei parametri che aiuta a comprendere il livello della qualità del servizio sanitario è quello del “turismo” da una regione all’altra per motivi clinici. Qual è la posizione del governo su questo tema?
“La cosiddetta mobilità sanitaria ha comunque ha diverse motivazioni. Tra queste, di sicuro può esserci l’ubicazione in una località diversa da quella in cui si vive di un centro di eccellenza. Tuttavia, molte volte si tratta anche di carenza d’informazione, nel senso che il cittadino ha spesso difficoltà a essere ragguagliato in maniera attendibile su cosa è eccellente nella regione in cui vive o cosa funziona di più e meglio. Si tratta di nozioni basate sul passaparola, spesso però inattendibile. Quindi, il cittadino si dirige verso mete sanitarie ritenute più valide quando magari a dieci chilometri da casa sua ha una struttura che funziona altrettanto bene e neanche lo sa. Uno stato di cose più che mai vero se penso alla Sicilia, da cui molti malati vengono via per farsi curare in altre regioni senza sapere della presenza di realtà importanti, efficienti e valide. Dunque spesso i siciliani finiscono per migrare per un banale intervento che potrebbero tranquillamente fare in strutture locali e con ottimi risultati. Ma questa è un’opera di persuasione che devono fare le Regioni”.
 
Alcune delle quali efficientissime dal punto di vista sanitario…
“Sì, diciamo che puntano molto sui centri di eccellenza. Ma questo ci sta: se in una regione vengono create dieci, venti, trenta strutture di fama su diverse specialità, è chiaro che lì vadano a curarsi da tutta Italia”.
 
Quali adempimenti hanno le Regioni per misurare la qualità dei servizi?
“Sono diversi. Il principale è quello del rilevamento dei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, per i quali viene assegnato un punteggio. Sebbene, in realtà, si tratti di un metodo che considero un po’ vetusto, poco preciso e abbastanza circoscritto, che mi sono prefissa di cambiare”.
 
 
Quali sono i suoi progetti per razionalizzare e rendere più efficiente il sistema sanitario?
“Ci sono indubbiamente degli sprechi. Per esempio, a livello nazionale lavoreremo molto sulla parte della farmaceutica, dove esistono ancora delle sacche di dispersione di risorse. Poi deve essere ogni singola Regione a efficientare la spesa: il Governo centrale può dare degli indirizzi. Alcune Regioni, per lo più del Sud, a fronte di cospicue dotazioni, per esempio nell’edilizia sanitaria, per cui abbiamo stanziato 4 miliardi, non riescono a presentare progetti. Magari il personale c’è, ma non è formato per cui è necessario far fronte alla lacuna, rappresentatami dal Nucleo di valutazione degli investimenti in campo sanitario, un gruppo di esperti che ho appena rinnovato con figure nuove, attraverso adeguati corsi di riqualificazione. Con il paradosso che la Regione potrebbe pure trovarsi in uno stato di abbondanza economica ma in condizioni di non poter spendere i soldi”.
 
A proposito di nuove figure professionali, lei di recente ha revocato trenta membri non di diritto del Consiglio superiore di sanità…
“Sì, ho semplicemente messo in pratica la mia visione delle cose, che applico in tutto quello che faccio. Sto cambiando radicalmente tutti i Comitati e gli Enti perché ritengo che in questo Paese per troppo tempo siano state date grandi opportunità sempre alle stesse persone. Siccome siamo in 60 milioni di abitanti, credo che si debba dare spazio a nuove figure di valore. E ‘dare spazio’, lo preciso, non significa dire che i predecessori non andavano bene: vuol dire ringraziarli per l’opera fin qui svolta, ma dare anche ad altri la stessa opportunità”.

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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