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Quotidiano di Sicilia

Gli enti locali snobbano i cittadini
di Agostino Laudani

Burocrazia. La Pa non comunica i cittadini sono isolati.
Le anomalie. Il regime di prima applicazione della normativa si è concluso già da sei anni. Per i rapporti con la stampa, però, sono impiegati pubblicisti che lavorano nella Pa con altre mansioni.
Palazzi di vetro. La legge mette al centro delle attività di informazione i cittadini, ma spesso i vertici politici utilizzano la comunicazione solo per interessi di propaganda.

Tags: Pa, Trasparenza, Burocrazia, Alberto Cicero



PALERMO -  Sono passati quasi dieci anni dalla promulgazione della legge 150 del 2000, ma in Sicilia i “palazzi trasparenti” e i “cittadini informati” continuano a restare un miraggio. La normativa nazionale che regola le attività di informazione e comunicazione delle Pubbliche amministrazioni, di fatto non viene applicata. Gli enti locali sembrano infatti sordi di fronte alla necessità di realizzare i tre “pilastri” della comunicazione pubblica individuati dalla legge 150: l’Ufficio stampa, il portavoce e l’Ufficio per le relazioni con il pubblico. Figure che mancano, nonostante il quadro normativo in Sicilia sia chiarissimo: l’Assemblea regionale ha infatti recepito la legge 150 attraverso l’art. 127 della Finanziaria del 2002.
 
Non crediamo ci si possa stupire se, in quella Sicilia che viene considerata la patria dell’omertà, la partita tra quella burocrazia che basa sul segreto il proprio potere e la comunicazione, si stia risolvendo in un trionfo della prima. E in un autentico massacro dell’idea stessa di trasparenza.
Eppure, dieci anni fa, la legge 150  che istituiva negli enti locali gli Uffici stampa, gli Uffici per le relazioni con il pubblico (Urp) e l’Ufficio del portavoce dell’amministrazione, era stata presentata come foriera di una svolta che avrebbe realizzato in Italia una nuova “società dell’informazione” con cittadini finalmente consapevoli di come funzionava la cosa pubblica, con atti amministrativi accessibili a tutti e a tutti comprensibili, con la massima diffusione delle notizie di pubblica utilità sugli organi di stampa, con la creazione di carte dei servizi, con la possibilità di interloquire con le amministrazioni.
“Strutture che, a pieno regime – spiega Lino Buscemi, consigliere nazionale dell’Associazione Comunicazione pubblica –, garantirebbero il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza e l’attuazione dei principi di trasparenza e pubblicità delle attività delle amministrazioni regionali,  provinciali e locali”.

Ma se nelle altre regioni d’Italia, pur se zoppicando, ci si è incamminati verso la “società dell’informazione”, in Sicilia la 150 - recepita attraverso l’art. 127 della Finanziaria del 2002 - situazione è rimasta pressoché lettera morta, complice la strenua guerra combattuta alla trasparenza innanzitutto dalla bucrocrazia, spalleggiata a volte dalla politica e, addirittura, dalla magistratura contabile regionale.
La burocrazia, infatti, che vuol continuare a mantenere il potere del segretosi è “infiltrata” negli Urp e persino, sfruttando il regime di prima applicazione della 150 (che si concludeva nel dicembre del 2004), negli Uffici stampa, nonostante la legge specificasse che questi andassero gestiti esclusivamente da iscritti all’Ordine dei giornalisti.

Occorre a questo punto spiegare che la legge istitutiva dell’Ordine, la n. 69 del 1963, prevede due figure: i giornalisti professionisti, che diventano tali dopo il superamento di un esame di Stato e hanno l’obbligo di esercitare solo quella professione, e i pubblicisti. A quest’elenco accede chiunque abbia scritto una settantina di articoli retribuiti in due anni. Il pubblicista può svolgere una qualunque altra attività, pubblica e privata. Ma, in base a una consolidata giurisprudenza (sette sentenze della Cassazione), non può svolgere il ruolo di redattore.
Paradossalmente però, sono i giornalisti professionisti a esser rimasti fuori dalle istituzioni, anche quelli che hanno maturato il diritto alla stabilizzazione.

Un caso eclatante è quello del Comune di Palermo che avrebbe dovuto stabilizzare 13 giornalisti, come da pianta organica.
“Il concorso – spiega Alberto Cicero, segretario regionale dell’Assostampa, il sindacato unico dei giornalisti - venne bandito nel 2008  e fu elaborata una graduatoria provvisoria. Ma il bando venne poi revocato in autotutela su parere che consideriamo del tutto arbitrario di uno degli avvocati del Comune. Il bello è che la stabilizzazione avrebbe evitato al Comune di dover pagare un debito di un milione e mezzo di euro con l’Inpgi, la cassa dei giornalisti”.

Intanto, nonostante il regime di prima applicazione della 150 si sia già concluso da cinque anni, il tentativo sembra essere quello di continuare ad impiegare per gli uffici stampa giornalisti pubblicisti che lavorano nella Pa con altre mansioni – dai vigili urbani ai veterinari, dagli autisti ai pulizieri - e che negli ultimi anni in Sicilia di sono moltiplicati in maniera abnorme.
La Corte dei Conti siciliana ha infatti recentemente inviato una circolare agli enti locali in cui si chiede di accertare, prima di bandire concorsi o assumere a termine redattori per gli uffici stampa, se al loro interno esistano professionalità per ricoprire quei ruoli. Ma le uniche potrebbero essere i pubblicisti che, secondo la Cassazione, non possono svolgere il ruolo di redattore. Ma c’è di più. Con la sentenza 189 del 2007 la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittime le leggi regionali che attribuivano agli assunti degli enti regionali le qualifiche di caporedattore e caposervizio, con la motivazione che il rapporto di lavoro doveva “essere disciplinato dalla contrattazione collettiva”.

 “Nonostante - denuncia Cicero - già nel 2007 il sindacato dei giornalisti avesse concluso con la Regione Siciliana, l’Anci e l’Upi regionali la concertazione sindacale per l’individuazione dei profili professionali, che infatti sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana nel novembre dello stesso anno, alcuni enti hanno recentemente revocato i contratti di lavoro giornalistici già in vigore, applicando, per la parte economica, contratti degli enti locali in maniera del tutto arbitraria visto che non esiste alcuna tabella perequativa. I provvedimenti sono del tutto illegittimi ma i funzionari hanno agito sotto pressione per i controlli effettuati dalla Corte dei Conti regionale per il timore di dover rispondere personalmente di danno erariale”.

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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