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Quotidiano di Sicilia

I giovani siciliani contro la meritocrazia
di Carlo Alberto Tregua

Il lavoro è dietro i rovi



La Sicilia è diventata un porto di mare nel quale sbarcano persone che non hanno competenza alcuna, mentre hanno bisogno di sussistenza, di lavoro, di assistenza sanitaria e di qualunque altro supporto o sostentamento necessario ad un essere umano.
Per contro, partono i talenti, i bravi, giovani siciliani, quelli che hanno capito che qui non vi sono opportunità per mettere a profitto le proprie capacità, che non vedono il loro futuro, mentre in varie parti del mondo avranno la possibilità di realizzare il loro progetto di vita.
Conseguenza della diaspora dei bravi e dell’ingresso di chi non ha competenze è l’abbassamento del livello delle possibilità di crescita economico-sociale della nostra Isola. Ulteriore conseguenza è l’impoverimento e il dilagare dell’ignoranza e dei bisogni.
Tutto ciò deriva dalla scarsa qualità del ceto politico e dei posti istituzionali diventati posti di lavoro da occupare senza capacità.
 
La legge di Bilancio 2019 ha tagliato ulteriormente i trasferimenti a Comuni e Regioni. Le risorse diventano sempre di meno, mentre l’incapacità del ceto politico di formulare progetti di medio e lungo termine depaupera le poche risorse finanziarie disponibili.
Intanto, in Sicilia, il Bilancio 2019 dovrà essere approvato dall’Ars entro tre giorni, pena il prolungamento dell’esercizio provvisorio, con la conseguenza di poter spendere i dodicesimi dell’anno precedente.
Ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni e facendo un raffronto con le ricche Regioni del Nord, constatiamo amaramente che tutto il ceto politico siciliano che ha compreso ministri, sottosegretari, direttori generali di ministeri e via discorrendo, si è comportato come accattone, facendo prevalere il proprio interesse rispetto a quello dei siciliani.
Non si spiega diversamente la grande carenza di infrastrutture dell’Isola rispetto a quelle del Settentrione, non si spiega altrimenti il disastroso comportamento della dirigenza regionale, senza controlli, non si spiega altrimenti il 22% dei disoccupati e il doppio della disoccupzione giovanile, nonché oltre un milione di poveri. Dove vanno tutti costoro?
 
Il ceto politico siciliano non è stato capace di imporsi nelle sedi centrali istituzionali per attrarre i necessari finanziamenti alle infrastrutture e per sostenere il ceto produttivo ed imprenditoriale, con la conseguenza che sono venuti a mancare i motori dello sviluppo. Non è infatti pensabile di destagionalizzare il turismo se ancora, ad esempio, per andare in treno da Ragusa a Trapani, ci vogliono undici ore e mezzo.
Non è pensabile uno sviluppo nel quale il territorio sia abbandonato con reti idriche che perdono metà dell’acqua, con il cinquanta percento di depuratori che non funziona, con le discariche di rifiuti a cielo aperto e senza l’applicazione tassativa dell’economia circolare, che impone l’insediamento degli Energimpianti.
Un progresso c’è stato, per la verità: la lotta alla criminalità organizzata che però è diventata infida ed ha trasformato le sue armi da fuoco in armi economiche. Si è infiltrata in tutti i tessuti del business della Regione che le Forze dell’Ordine fanno fatica a scovare, spesso però riuscendovi.
 
Nella nostra Isola, le quattro Università fanno quello che possono, ma non sono certamente collocate ai vertici delle classifiche di qualità.
Difficilmente si iscrivono giovani dal Nord Italia o dall’estero, ciò perché qui non è diffuso il merito, anzi spesso non si sa proprio cosa sia.
I giovani non sono ricettivi sotto questo profilo e non capiscono che solo le competenze e i saperi sono gli elementi che possono farli crescere e salire nella scala sociale.
Per far questo occorrono sacrificio e impegno, nonché una forte volontà che deriva dalla consapevolezza che il lavoro è dietro i rovi, che bisogna cercarlo laddove si trova e comunque, avere la capacità di cambiarlo sovente per acquisire quanta più esperienza possibile.
Questo si dovrebbe spiegare ai giovani: che la vita è dura e senza merito non si progredisce; che le raccomandazioni sono uno strumento deleterio per non crescere, che il posto fisso è solo un tampone e, infine, che la libertà si conquista se si ha la capacità di liberarsi dai bisogni materiali, contando su se stessi.

Articolo pubblicato il 11 gennaio 2019 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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