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Quotidiano di Sicilia

Lo studente diventa protagonista del processo di apprendimento
L’introduzione del Pc a scuola rischia di appiattire l’attività didattica alla sola raccolta delle informazioni. La scuola deve farsi carico del “problema” dell’eterogeneità degli alunni e appianare i gap



GELA (CL) - Quello di mettere al centro lo studente, di renderlo protagonista di percorsi di apprendimento non è certamente un tema nuovo. Ha attraversato la storia della scuola fino dal secolo scorso. La novità è che oggi le tecnologie digitali possono davvero rendere possibile nel concreto quella che è rimasta un’utopia specialmente fuori dalla scuola primaria. Anche perché, se la scuola non saprà trasformarsi in un reale ambiente costruito per sostenere l’apprendimento, perderà il suo monopolio di agenzia formativa per eccellenza.
 
Il tema quindi non è il digitale in sé, ma come e perché rappresenta un’occasione, un’opportunità, una risorsa per realizzare un cambio di paradigma. È chiaro a tutti che una lim (lavagna interattiva multimediale) non “fa primavera” e che anche un computer per studente può non rappresentare una reale novità.
 
Senza una visione del cambiamento, fuori da un quadro di innovazione organico e globale, il digitale perde significato anzi amplia i rischi di semplificazione dei processi di apprendimento.
 
Si cresce apprendendo cose nuove, ma anche sviluppando la curiosità, il piacere della scoperta, il protagonismo della costruzione delle competenze così come la capacità di stare con gli altri, di ascoltare e di comunicare. È in questo contesto che il digitale diventa una risorsa perché può permettere di ribaltare un paradigma: passare da un’organizzazione nata per trasmettere conoscenze ad un ambiente di apprendimento. Il nostro sistema, come pure tutti i grandi sistemi educativi, è nato in un determinato periodo storico e per svolgere una funzione di alfabetizzazione di una popolazione analfabeta per una società industriale.
 
Oggi tutto questo non c’è più: non ci sono più questi figli di contadini che vivevano isolati e che vedevano nella scuola l’unica agenzia formativa, spesso l’unico luogo dove esisteva un libro; non c’è più quella società industriale e quel mondo del lavoro, quella organizzazione del lavoro. La trasformazione del sistema scolastico è in atto: molte scuole stanno trasformando tempo e spazio del fare scuola ed il digitale in questo processo svolge un ruolo importante, rendendo possibile questo cambiamento.
 
Un altro assioma che viene usato con la stessa finalità accusatoria nei confronti delle scuole 2.0 sostiene che in genere il computer e la rete vengono usati per raccogliere informazioni, così l’introduzione del computer a scuola abbasserebbe automaticamente il livello culturale della scuola, appiattendo l’attività didattica alla sola raccolta delle informazioni.
 
Forse tutti ricordano “i quaderni delle ricerche” che si usavano quotidianamente in migliaia di scuole. Su questi quaderni finivano cartoline, ritagli di vecchi libri di testo, fotografie tutte incollate e commentate magari con testi copiati dalle enciclopedie di cui le famiglie si dotavano proprio per sostenere “le ricerche” dei figli. Si trattava dello stesso processo: la ricerca come raccolta di informazioni. Con l’aggravante che spingeva migliaia di studenti a ritagliare e saccheggiare più o meno vecchi libri di testo.
 
Dal processo di ricerca era assente tutta la fase “dinamica”: formulare e verificare una ipotesi, sviluppare e allenarsi al senso critico. Quindi, ben prima delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la scuola spingeva gli studenti verso questo tipo di esercizi. Non sarà quindi il computer a spingere verso il basso il livello culturale dei ragazzi. Viene da pensare che faccia più danni un'attività ancorata al nozionismo, con o senza il computer.
 
Altro problema centrale che la scuola deve affrontare è quello dell’eterogeneità della popolazione studentesca. È necessario adottare una struttura organizzativa che rispetti e valorizzi questa caratteristica. Ad esempio, se all’interno di una classe ci sono figli di immigrati che non conoscono l’italiano, non possono essere considerati alla stessa stregua di chi ha l’italiano come propria lingua naturale. Dunque, si devono creare meccanismi che permettano a questi ragazzi di recuperare il gap linguistico.
 
I costumi, i modi di pensare, le religioni, l’atteggiamento verso la vita, il gusto, l’alimentazione sono elementi di differenziazione che richiedono il rispetto dell’eterogeneità e l’organizzazione di strumenti in grado di far confluire la ricchezza di questa diversità in una certa unitarietà culturale. Ciò non significa uniformazione, ma trovare una base comune per la propria identità culturale nazionale.

Articolo pubblicato il 03 marzo 2019 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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