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Quotidiano di Sicilia

Il terrore della povertà molla per crescere
di Carlo Alberto Tregua



Mio padre e la sua famiglia, nei primi decenni dello scorso secolo, erano letteralmente poveri. Mi raccontava che spesso a quattro-cinque anni era mandato al mercato a vendere uova e, successivamente, di molte notti passate all’addiaccio.
Fatta la prima guerra mondiale, e uscitone miracolosamente vivo, cominciò a porsi il problema di non restare povero per tutta la vita. Cosicché iniziò un lavoro inedito per l’epoca e cioè la vendita porta a porta con due valigioni.
Funzionò e così la sua famiglia, formata da sei sorelle, genitori e parenti vari, cominciò ad avere un po’ di sollievo. Le cose andarono per il meglio, frutto di una abnegazione e di un sacrificio che lo facevano lavorare venti ore al giorno nutrendosi solo di uova.
Perché vi racconto questa vicenda personale? Per dirvi che nonostante mio padre sia riuscito a raggiungere una situazione economica abbastanza buona, gli restò come un marchio nella propria testa il terrore della povertà.
 
Essere poveri non è uno stato umano. Restarci è una responsabilità della persona umana. Nel raccontarmi queste cose, mio padre mi ha trasferito il terrore della povertà per quanto io non l’abbia mai vissuta. Però ricordo i primi anni della seconda guerra mondiale, quando si viveva in grandi difficoltà economiche. Da piccolo ho visto (non sentito dire) le macerie, da ragazzo ho avvertito l’entusiasmo degli italiani nel voler ricostruire il Paese e tracciare la crescita.
In appena sei anni, dal 1958 al 1964, è stata costruita l’autostrada del sole da Milano a Napoli di ben 759 Km, che a distanza di oltre mezzo secolo costituisce ancora oggi la più importante infrastruttura del nostro Paese.
Il terrore della povertà è come un virus, te lo tieni dentro e non riesci a debellarlo, nonostante nel mio caso non l’abbia provato sulla mia pelle. Tuttavia, quando c’è non deve atterrire. Anzi, può essere la molla che spinge a crescere, a creare ricchezza, a contribuire alla spesa pubblica, ad aiutare il prossimo.
L’anno prossimo la Fondazione Luigi Umberto Tregua porterà all’attenzione della pubblica opinione l’inizio dell’attività imprenditoriale dello stesso (1920).
 
Come si fa ad uscire dalla povertà? Vi sono tanti modi sperimentati nei secoli da giovani e non giovani.
Leonardo Del Vecchio, l’imprenditore italiano fondatore e presidente di Luxottica, ha cominciato fabbricando artigianalmente montature per occhiali. Oggi, grazie a un patrimonio da 19,8 miliardi, Forbes lo inserisce al 50esimo posto della classifica mondiale degli uomini più ricchi del pianeta. Nella classifica italiana troviamo Giovanni Ferrero (39esimo nella classifica mondiale con un patrimonio di 22,4 miliardi).
Bill Gates, fondatore e amministratore delegato di Microsoft, ha cominciato la sua carriera all’interno di un garage a Cupertino, nella Silicon Valley. Oggi, con i suoi 96,5 miliardi di dollari di patrimonio, è secondo nella classifica Forbes Billionaires 2019, dopo Jeffrey Bezos, l’imprenditore fondatore, presidente e amministratore delegato di Amazon.com, con un patrimonio di 131 miliardi di dollari.
 
Se ci guardiamo intorno vi sono tante persone che hanno fiducia in loro stesse, che non frappongono alcun limite al sacrificio, che non guardano le festività o le ferie, ma che sviluppano un progetto di vita nel quale c’è la crescita economica e il tirarsi fuori dallo stato di povertà. è proprio questo lo spirito che manca nel nostro Paese e soprattutto nel Sud.
Hanno diritto all’Rdc quei cittadini che hanno un Isee (Indicatore della condizione economica) inferiore a 9.360 euro, con il possesso di un’abitazione e anche di un’auto usata. Ma chi possiede un’abitazione e un’auto usata può definirsi povero? Sì, secondo l’Europa. No, secondo il senso comune.
L’assistenzialismo diffonde valori errati perché fa credere che per il fatto stesso di essere nati si abbia diritto ad essere mantenuti. Ma mantenute sono le prostitute, con rispetto parlando. Una persona che ha onore e dignità non può farsi mantenere da chicchessia, neanche dallo Stato. Prima dare, impegnarsi, fare tutto quello che è possibile per ricevere un compenso, certamente equo e proporzionato al proprio sforzo, e dopo chiedere.
Il lavoro dipendente è dignitoso, ma quello autonomo è anche soddisfacente. Riflettiamoci e diffondiamo l’idea!

Articolo pubblicato il 14 marzo 2019 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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