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La Corte Ue: chi ha inquinato deve pagare la bonifica di Priolo
di Antonio Casa

Eni, Polimeri Europa, Dow Italia, Erg e Syndial hanno fatto ricorso al Tar, che poi ha investito Bruxelles. Le imprese devono accollarsi circa 200 milioni di euro di spese, su 850 complessivi

Tags: Petrolchimico, Priolo, Augusta, Melilli, Inquinamento, Ambiente



CATANIA - Le imprese che hanno operato nel polo petrolchimico Augusta-Priolo devono pagare i danni ambientali da essi arrecati nell’area. Lo ha stabilito ieri una sentenza della Corte di Giustizia europea, che recita: “Gli operatori che hanno impianti limitrofi a una zona inquinata possono essere considerati presunti responsabili dell’inquinamento”.

Le autorità amministrative italiane avevano imposto alle imprese che hanno impianti lungo la rada di Augusta diversi obblighi di “riparazione dell’inquinamento accertato” nel territorio di Priolo, dichiarato “sito di interesse nazionale a fini di bonifica”. Le imprese Raffinerie Mediterranee (ERG), Polimeri Europa, Syndial ed Eni avevano presentato ricorso al Tar Sicilia (si legga il Qds del 24 luglio 2009, ndr), che ha rinviato alla Corte di giustizia Ue numerose questioni relative all’applicazione del principio “chi inquina paga”.
Secondo la Corte europea, “le autorità nazionali possono subordinare il diritto degli operatori ad utilizzare i loro terreni alla condizione che essi realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti”.

“La direttiva sulla responsabilità ambientale - spiega la Corte in una nota - prevede, per quanto concerne determinate attività, che l’operatore la cui attività abbia provocato un danno ambientale o una minaccia imminente di un danno siffatto è considerato responsabile. Pertanto, esso deve adottare le misure di riparazioni necessarie e assumersene l’onere finanziario.

La Rada di Augusta, situata nel territorio di Priolo Gargallo (Sicilia), è interessata da fenomeni ricorrenti di inquinamento ambientale, la cui origine risalirebbe già agli anni Sessanta del secolo scorso quando è stato realizzato il polo petrolchimico Augusta-Priolo-Melilli”.
“Da allora, numerose imprese operanti nel settore degli idrocarburi e della petrolchimica si sono installate e succedute in questo territorio - spiega la Corte Ue -. Il giudice italiano desidera sapere, in particolare, se il principio ‘chi inquina paga’ osti a una normativa nazionale che consente all’autorità competente di imporre ad alcuni operatori, misure di riparazione dei danni ambientali, a causa della vicinanza dei loro impianti ad una zona inquinata, senza avere preventivamente indagato sugli eventi all’origine dell’inquinamento, nè avere accertato l’esistenza di un illecito in capo agli operatori e nemmeno un nesso di causalità tra questi ultimi e l’inquinamento rilevato”.

Nella sentenza di ieri, la Corte giunge alla conclusione che “la direttiva sulla responsabilità ambientale non osta a una normativa nazionale che consente all’autorità competente di presumere l’esistenza di un nesso di causalità tra determinati operatori e un inquinamento accertato, e ciò in base alla vicinanza dei loro impianti alla zona inquinata”.

Ma sempre in relazione al principio “chi inquina paga”, “per poter presumere un nesso di causalità - sottolinea la Corte -, l’autorità deve disporre di indizi plausibili in grado di dare fondamento alla sua presunzione, quali la vicinanza dell’impianto dell’operatore all’inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati da detto operatore nell’esercizio della sua attività”.
 

 
1958-1979: i 22 anni che hanno distrutto l’area
 
AUGUSTA (SR) - Nelle acque di falda è stato trovato di tutto e sempre con concentrazioni superiori ai valori limite: arsenico oltre 130 volte, mercurio 50 volte, benzene per 200 mila volte, toluene 1.600 volte, cloruro di vinile di 24 mila, tricloroetilene anche di 2 mila volte, esaclorobutadiene di oltre 440 mila, tetracloroetano di 7 mila, dibromoclorometano di 130 volte, esaclorobenzene di 30 mila, idrocarburi totali di 800. è quanto scritto nell’allegato tecnico dell’Accordo di programma: “le principali criticità emerse nella parte a mare inclusa nel Sito di interesse nazionale sono riconducibili ad inquinamento da attività di raffinazione e/o da perdite di greggio, inquinamanto termico, eutrofizzazione, contaminazione dei sedimenti da metalli pesanti e idrocarburi nella rada di Augusta; presenza di numerosi impianti industriali chimici e petrolchimici, raffinerie, nonché un impianto di depurazione (Industria acque siracusana) per lo smaltimento delle acque reflue industriali e civili”.Tra l’altro, per i consulenti tecnici d’ufficio della Procura di Siracusa, così come riportano i ricorsi al Tar, “l’inquinamento della rada di Augusta da mercurio, esaclorobenzene e idrocarburi è avvenuto tra il 1958 e il 1979 per le immissioni a mare dei reflui non trattati dell’impianto cloro-soda attraverso il Vallone della Neve”.

Articolo pubblicato il 10 marzo 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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